venerdì, 29 giugno 2007

TRASPORTO PUBBLICO IN COSTIERA (CHI FIGLIE E CHI FIGLIASTRE...)

L’Italia, grazie a Dio (e al voto espresso dagli italiani il 2 giugno del 1946),  è una Repubblica democratica, la sovranità appartiene al popolo (articolo 1 della Costituzione). I diritti  vi sono riconosciuti (art. 2), tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge (art. 3). La stessa libertà personale “è inviolabile” (art. 13). Meno male. Ma fino a quando? La prospettiva che il nostro paese diventi stato federale, nel quale ogni regione legiferi per conto proprio, comincia a preoccuparmi. Credo che il Nord ne trarrà vantaggio, mentre qui al Sud le cose andranno sempre peggio. Abbiamo una classe dirigente che è quella che è, i giovani più in gamba (si parla tanto di fuga dei cervelli) se ne vanno e così ci viene pure meno la possibilità di un ricambio generazionale (mi correggo: il ricambio ci sarà, in certi casi c'è, nell'ambito delle stesse famiglie,  inteso come trasferimento del potere dal padre al figlio, dallo zio al nipote, e così via) Tanto per nun fa' ascì 'o grasso d' 'a pignata). Si realizza quella che Ruggiero Francese, sessant'anni fa,  definiva 'a repubblica d' 'a monarchia.

E’ il destino maledetto che perseguita il meridione  da prima della venuta di Garibaldi e dei Savoia.

Sono quasi terrorizzato per quel che potrà verificarsi in Campania. Già adesso, con i poteri delegati dallo Stato alla Regione, vedo che scricchiola il principio di uguaglianza  tra i cittadini. Ci sono, ad esempio, quelli ai quali è riconosciuto il diritto all’igiene (in Costiera non ci lamentiamo: cito il caso di Maiori, da poco impegnata nella raccolta differenziata. Banco di prova saranno luglio e agosto e occorrerà tener duro) mentre altri sono costretti a coabitare con la monnezza, con i cassonetti bruciati, con la diossina. Manco a farlo apposta, i più penalizzati orbitano nell’area metropolitana di Napoli  (di fronte a una situazione così triste, fanno ridere  i costosi messaggi promozionali mandati sugli schermi tv). Possibile, mi domando (e lo chiedo alle istituzioni), che non si riesca a trovare, dopo anni e anni, e dopo che ci hanno provato in tanti, il modo di risolvere il problema dello  smaltimento dei rifiuti? Basterebbe mettere il naso fuori dei confini campani, non occorre neppure andare a prendere lezione all’estero, per trovare  soluzioni valide. Ma quanno ‘o vòje nun vo’ vévere, come dicevano i nostri antenati, e avevano ragione, non serve a nulla insistere.

Un altro principio, tutelato dalla Costituzione,  sta andando a farsi… benedire. L’articolo 16 recita: Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale”. Qui non è così. Chi non risiede nei diciannove comuni della costiera amalfitana e sorrentina – lo ha disposto l’assessore regionale ai trasporti – deve pagare una specie di pedaggio: non può utilizzare il biglietto dell’autobus a tariffa normale, ma è obbligato ad acquistarne uno che arriva a costare cinque volte tanto. Anche se deve compiere un percorso di un chilometro o meno (distanza tra Maiori e Minori, tra Amalfi e Atrani) . Anche se deve spostarsi all’interno dello stesso comune (tra Pogerola e Amalfi, tra Pontone e Scala, tra Ravello e Castiglione, tra Vettica e Praiano, tra Maiori e Erchie). Il provvedimento colpisce i turisti (che magari non se ne rendono neppure conto), i villeggianti (che hanno casa sul territorio, ci pagano le tasse e giustamente protestano), ma soprattutto quei tanti poveri disgraziati,  costretti dal bisogno a emigrare, ad affrontare sacrifici, e ora puniti  perché non hanno voluto recidere il cordone ombelicale con la terra d’origine. E’ assurdo poi che uno che viene da Cava de’ Tirreni,  da Corbara, da un qualsiasi paese dell’agro nocerino-sarnese, da Baronissi o da Pontecagnano, dal Cilento, da Avellino o da Napoli (cito a caso) debba subire questa discriminazione.

Nell’Europa allargata ci si può muovere dai Balcani al Portogallo senza dover esibire documenti. In Costiera bisogna stare attenti al biglietto acquistato e “obliterato” (i non residenti possono utilizzare solo quelli che costano cinque euro) in quanto sono annunciati controlli severi sugli autobus della Sita. Bisogna stare attenti a non dimenticare a casa la carta d’identità. Nonostante ciò, si tenta di far credere che questa nuova disciplina del trasporto pubblico si propone di "favorire la mobilità e disincentivare l’uso dell’auto" (che comunque non troverebbe parcheggio o lo troverebbe a prezzi da capogiro).

Se questa è vita…

Sigismondo Nastri

postato da: mondosigi alle ore 20:00 | Permalink | commenti
categoria:diario
mercoledì, 27 giugno 2007

UNA PERSONA ANZIANA

Sono  vecchio e non me ne ero accorto. Me lo hanno ricordato due episodi accaduti in questi ultimi giorni. L'altro ieri, mentre mi accingevo ad attraversare la strada, avendo Lilli al guinzaglio, in un momento in cui il traffico era intenso, mi son sentito prendere per il braccio da una giovane signora, che ha voluto accompagnarmi al marciapiede opposto.

Oggi, appena sono salito sull'autobus - per arrivare al centro di Salerno -, due giovani donne hanno fatto a gara a chi dovesse cedermi il posto. Io dicevo: "No, no, grazie". Una di loro ha replicato: "Ma è un dovere, nei confronti di una persona anziana". Cose d'altri tempi. Quando mi sono accomodato, dopo aver ringraziato per tanta cortesia, una signora che era seduta a fianco a me ha esclamato: "Glielo leggo negli occhi, lei deve avere settantadue, settantatre anni". Esatto, ho risposto. Deluso, ovviamente, perché non avrei mai pensato di avere degli occhi incapaci di tutelare la mia privacy.

Ma poi che fa? Diventa vecchio chi ha molto vissuto. O no?

postato da: mondosigi alle ore 22:03 | Permalink | commenti
categoria:diario
mercoledì, 27 giugno 2007

PESCE SPADA CON SALSA DI POMODORO

 

Ingredienti: Pesce spada a fette. Olio extravergine d’oliva. Cipolla. Aglio. Pomodori ben maturi (o pelati). Alloro. Vino bianco. Sedano. Prezzemolo. Sale e pepe q.b. Eventualmente, anche capperi  e olive nere.

 

Spellate le fette di pesce spada (bisognerebbe trovarlo fresco, ma a volte quello che troviamo sui banchi delle pescherie è scongelato), asciugatele, fatele soffriggere e rosolare, così come sono, in olio caldo. Rimosse dalla padella, spruzzatevi sopra un pizzico di sale fino. Travasate, intanto, l’olio di frittura in un tegame – meglio se di terracotta (ma se ne fa ancora uso nelle nostre cucine?) -, fatevi imbiondire la cipolla, poi l’aglio, aggiungendovi qualche pezzetto di sedano, il prezzemolo,  due foglie di lauro (che poi vanno tolte). Unitevi i pomodori tagliuzzati, un po’ di acqua calda e lasciate restringere il tutto per una mezz’ora.  Adagiatevi, a fine cottura, le fettine di pesce, lasciatele insaporire, bagnandole con un po’ di vino bianco. Versatevi sopra del prezzemolo tritato, pepe q.b. ed eventualmente anche una manciata di capperi (preventivamente dissalati) e qualche oliva denocciolata. Passate il tutto in forno caldo per cinque minuti e servite.

Il pesce spada, così preparato, rappresenta un gustoso secondo piatto. La salsa può essere utilizzata come condimento per la pasta: in particolare, perciatelli e linguine.

© SigiNastri2000

 

postato da: mondosigi alle ore 17:20 | Permalink | commenti
categoria:cucina
martedì, 26 giugno 2007

DOMENICO DE VANNA, IL PITTORE CHE HA FATTO GRANDE ATRANI

 

 DE VANNA DOMENICO                                  In una monografia pubblicata nel 1990 a Terlizzi, dove l’artista era nato il 18 agosto 1892, Michele Gargano scrive che Domenico De Vanna, nel 1953, «si scelse come posto di lotta Atrani, il candido paese della costiera amalfitana sospeso fra la montagna e il mare». E qui «continuò ad esercitare serenamente la sua attività al servizio dell’arte, nella quale credeva con immutato amore, libero e non asservito a nessuna feudalità. Ebbe così inizio quella che egli chiamava “l’avventura del Romitaggio”, dal nome dato ad una casa di pochi vani, presa in fitto da tempo dal locale Conservatorio di S. Rosalia».

Ecco come De Vanna, vent’anni dopo, descrisse quell’avvenimento: «Il 4 agosto 1953 in Atrani, in questa perla incastrata tra i monti e il mare della fiabesca contrada della costa amalfitana, sulla rampa del Platamone, in quell’epoca deserta e solitaria, in un modesto locale dalle bianche pareti, odorose di fresco bianco di calce, su cui erano state amorevolmente allineate 34 nostre pitture, con l’intervento del Sindaco pro-tempore, l’indimenticabile Gabriele di Benedetto, accompagnato da uno sparuto gruppo di suoi amici, a cui si accodava un altro esiguo gruppetto di curiosi locali, alle ore 11 precise, sotto un torrido e incombente solleone, innanzi al muto e solenne testimone, lo storico mare di queste leggendarie contrade, veniva inaugurata la nostra prima mostra ciclica in Atrani e nel piccolo summenzionato locale, che noi da quel momento denominammo col significativo nome de “Il Romitaggio”».

Prese il via, allora, una serie ininterrotta di appuntamenti che fino al 1979, tra luglio e ottobre, richiamarono l’interesse sempre crescente di estimatori, collezionisti, ed anche quello dei tanti turisti che, all’epoca, frequentavano la Costiera. Insieme alla simpatia della gente: gli atranesi, in particolare, che andavano fieri del “professore”, innamorato del loro paese, del quale sapeva trasferire sulla tela non solo i volti delle persone, persino i loro sentimenti, oltre che suggestivi scorci di paesaggio, con una maestria che li lasciava incantati. Il decollo di Atrani nel firmamento turistico del territorio iniziò proprio con la presenza di Domenico De Vanna.

AtraniEgli aveva scelto questo luogo per intraprendere una battaglia solitaria «contro l’ignobile sfasamento che con premeditazione e subdolamente si andava perpetrando, da sinistri oscuri interessi, nel campo della cultura e in ispecie in quello delle arti figurative». Voleva rimanere estraneo - lui, che s’era formato all’Accademia con Michele Cammarano, e aveva frequentato Antonio Mancini, Vincenzo Gemito, Giacomo Lista, Attilio Pratella, Luca Postiglione, Gennaro Villani, Luigi Crisconio, Saverio Gatto - ai nuovi fermenti artistici, che cominciavano a circolare anche in Italia: «Io non credo - dichiarò nel 1954 - che si debbono avallare come creazioni quelle oziose esercitazioni, quelle insufficienze che hanno umiliato ed avvilito la nobile tradizione e l’alto compito delle rassegne d’arte, ed in ispecial modo quella della Biennale di Venezia». Una battaglia che continuò a portare avanti negli anni seguenti, parlando di «babelica delle arti figurative», di rassegne artistiche controllate e dominate «da una casta chiusa di esperti “in manovre organizzative e lucrative” con le conseguenze che ogni artista subisce e che il pubblico purtroppo ignora». Eppure egli s’era affermato partecipando, con opere di grande respiro, proprio alle Biennali veneziane, nel primo ventennio del ‘900. 

Se «la pittura – come diceva - è fatta anche di fatica e di fatiche non indifferenti, fatiche nobili, fatiche sante, fatiche divine, fatiche!», certamente non poteva convincerlo il fatto che, per molti, bastava «un buco, un tocco di colore, un filo di ferro, un pezzetto di tela sporca per scoprire un mondo». Egli era per un’arte senza tempo, che «non è né antica, né moderna e né futura, ma è semplicemente Arte senza alcun aggettivo di qualsiasi natura. […] L’Arte pop, l’Arte ottica, l’Arte astratta, l’Arte concettuale, l’Arte futurista, l’Arte programmata, l’Arte dell’immagine altra, e chi più ne sa, più ne mette, sono parole create da equivoci interessi politici, da violenti ed oscuri gruppi di potere, da gruppi di incapaci, da interessi di cricche per ingannare il pubblico».

Seguii con curiosità – ero giovanissimo, allora - questa sua avventura atranese, De Vanna Amalficondivisi certe sue battaglie, gli fui vicino in molte circostanze e recensii alcune mostre sul "Mattino" e su altri giornali. Mi fece pure un ritratto, che non ebbi mai: forse andò perduto quando egli stesso lo consegnò a un laboratorio napoletano per la esecuzione di un cliché, che fu stampato nel 1970 nel risvolto di copertina di un mio libretto di poesie.

Al di là delle enunciazioni di principio, e delle polemiche innescate, bisogna riconoscere che, nella lunga e feconda attività, iniziata nel 1912 con la presentazione di un dipinto, Memento, alla Società Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa”, a Napoli, e conclusasi nell’estate del 1979 con la XXVII edizione delle mostre al “Romitaggio”, De Vanna non mancò di prestare attenzione ai fermenti e alle spinte innovative che percorrevano il nostro continente. «Quando si parla di avanguardia però – nota Luigi Dello Russo nel volume Tradizione e modernità nella pittura di De Vanna – non s’ha da intendere la partecipazione teorica in senso stretto ai movimenti storici, bensì un’assimilazione e filtrazione operativa “in re”, cioè nella pittura, delle conquiste artistiche di quelle sperimentazioni rivoluzionarie sulla base di affinità personali di cultura, gusto e sensibilità», chiaramente innestandole «su quel tronco originario di formazione napoletana, che in parte consapevolmente e in parte inconsciamente si era sedimentata nella sua personalità».

Nel mirino della sua contestazione erano, in particolare, le istituzioni e lo sperpero di pubblico denaro, il potere usato come arbitrio, la spregiudicatezza dei mercanti, la proliferazione di “critici e sotto critici”. Quello che lui chiamava “vampirismo”: un fenomeno – avvertiva – che è «tristemente evidente, ed assume aspetti terribili soprattutto nel settore delle arti figurative: delicato settore, questo, purtroppo completamente indifeso e alla mercé di tutte le possibili aggressioni e manomissioni di varia natura» ed anche «il campo che per la sua completa mancanza di difesa la turba di filibustieri mimetizzata sotto varie spoglie invade e vi si insedia». È facile intuire che si trattò di una battaglia perduta in partenza, che in breve lo rese solo ed emarginato. Il “romitaggio” atranese gli servì per recuperare serenità nel lavoro e per avviare un rapporto diretto con collezionisti e appassionati d’arte. Paolo Ricci gli manifestò apprezzamento: «senza aiuto esterno» egli era riuscito «a dar vita, in un ambiente frequentato da turisti avvertiti, spesso coltivati nel gusto delle arti, a una manifestazione di cultura qualificata e opportuna».

Alfredo Schettini rileva che negli anni Venti del ‘900 De Vanna «era tra i giovani pittori napoletani più colti ed evoluti, desiderosi di rinnovarsi, ma non con idee rivoluzionarie che potessero offendere il passato, denegando o fraintendendo la bella tradizione ottocentesca. Egli si prefisse di svolgere in maniera organica e coerente la sua attività, con un progressivo perfezionamento della tecnica espressiva che meglio ne articolasse gli sviluppi, armonizzandola in un vasto arco di interessi culturali. Per lui, infatti, lo sviluppo dell’espressione era, allora come oggi, il ponte che sostiene l’opera d’arte… Si volge per solito ai soggetti familiari affettuosi, colti in ore confortevoli d’intimità espressiva, onde la curva della sua malinconia si delinea senza impedimenti d’indole cerebrale e problematica, trovando nei moti di tenerezza contemplativa la sua ragione d’essere senza compromessi culturali. C’è dunque un filone di continuità artistica in queste opere, individuabili per un sostanziale denominatore pur attraverso la varietà dei mezzi rappresentativi, i quali si estrinsecano a seconda delle sensazioni e dei temi suggeriti dall’immaginazione, che poggia su valide esperienze formative. La pennellata larga, pastosa, costruttiva è intrisa di luce». A sua volta, Dino Fienga lo definisce «pittore versatile, complesso, non melodico», con «una tecnica leggera, sicura, una naturale robustezza di colore che a volte fa ricordare Cézanne». De Vanna – continua - è «un solitario che accarezza la melanconia dei paesaggi vasti in cui è possibile dimostrare sentimento, abilità e un sintetismo pittorico assai pieno e virtuoso. Pittore di grande sensibilità, egli è rimasto un indipendente lontano dalle manifestazioni accademiche; alieno da ogni convenzionalismo, ha cercato sempre di tradurre nelle sue tele la realtà in quanto questa suscita nel suo spirito emozioni e sentimenti».

Michele Gargano, a conclusione della sua ricca e documentata monografia, ci consegna il ritratto di De Vanna «silenzioso, raccolto e industre come un benedettino; semplice, puro e mistico come un francescano; eloquente e pugnace come un domenicano». È vero. Anche se bisogna aggiungere che aveva un carattere difficile e non era amato dai colleghi, proprio perché, rifiutando i compromessi, usava dire sempre “pane al pane, vino al vino”. Era, invece, disponibile, affabile, nei rapporti con la gente semplice, che veniva a vedere i suoi quadri, gli chiedeva spiegazioni, si sforzava di “capire”.  E, non di rado, acquistava. Come quell’operaio di Ravello che, certamente con sacrificio, non volle rinunciare al piacere di avere in casa, in bella vista, alcuni dipinti del maestro, che lo agevolò pure, e non poco, nei prezzi e nelle condizioni di pagamento, apprezzandone il gusto e la sensibilità. A volte, nello spazio ristretto della sala d’esposizione, o sul terrazzino antistante, teneva vere e proprie lezioni di estetica o di storia dell’arte. Diventava, al contrario, burbero e scostante se si cominciava – come faceva qualche signora della buona società, e ce n’erano, specialmente tra le famiglie facoltose che trascorrevano la loro dorata vacanza sulla costa -, a mettere in discussione, per il solo gusto di apparire “alla moda” o erudita, l’espressione di una figura ritratta, il taglio di un paesaggio, la scelta dei toni cromatici, il modo stesso di affondare il pennello sulla tela.

RomitaggioAl “Romitaggio” di Atrani, tra il 1953 e il 1979, egli mise in mostra l’intera sua produzione, dagli anni giovanili a quelli della lucida e operosa senilità. «Un considerevole numero di opere – dichiarò poi il maestro -, tra quelle avvicendatesi nelle sale della mostra, sono state acquistate dai visitatori ed amatori. Ora sono sparse ovunque per il mondo». C’è ancora chi ricorda che le quotazioni, all’epoca, erano addirittura superiori a quelle di molti protagonisti dell’Ottocento napoletano. Una cosa è certa: egli non era disponibile a svendere la propria arte. E quando un quadro veniva portato via si mostrava pure dispiaciuto, come se gli stessero sottraendo una persona cara.

Dopo la morte, avvenuta il 9 novembre 1980 a Napoli, dove aveva casa-studio-rifugio in via Speranzella, i dipinti di Domenico De Vanna sono diventati introvabili. Chi li possiede se li tiene stretti. Ecco perché la presentazione, in questa sede, di un corposo gruppo di opere di un artista così singolare rappresenta un avvenimento eccezionale, irripetibile. Sempre che a Napoli, o ad Atrani (la patria di adozione, che nel 1977 gli conferì la cittadinanza onoraria), oppure a Terlizzi (la città che gli diede i natali), qualcuno non assuma l’iniziativa di riproporlo con una grande retrospettiva, anche ai fini di una doverosa “rilettura” in chiave critica. Non è mai troppo tardi.

 

© Sigismondo Nastri
postato da: mondosigi alle ore 18:48 | Permalink | commenti (4)
categoria:personaggi
lunedì, 25 giugno 2007

ADDIO AD ANNAMARIA SARNO

SARNO ANNAMARIAUna brutta notizia, che ci ha raggiunti stamane a Salerno, ha fatto precipitare me e mia moglie a Maiori, proprio quando il sole era allo zenit e batteva forte sulle lamiere dell'auto. Annamaria Sarno, amica e collega di tanti anni all'Istituto professionale per il commercio, nella Valle dei Mulini di Amalfi, non è riuscita a sconfiggere il terribile male che l'aveva colpita.

Voglio rivolgerle qui il mio saluto più affettuoso. E il ringraziamento per quanto ha fatto in una vita spesa interamente per gli altri: la famiglia (ha assistito i genitori fino al loro ultimo respiro, in età veneranda), la scuola (in tutte le sue componenti, ma con un'attenzione particolare per gli allievi, nei confronti dei quali lei, che non s'era voluta sposare, si poneva come una mamma), il prossimo (le attività parrocchiali, le missioni, le adozioni a distanza, ecc.). Era attivissima nelle opere di carità, si preoccupava di portare la comunione a quanti, per ragioni di età o di salute, erano impossibilitati a recarsi in chiesa.

Sono certo che, appena le si sono schiuse le porte del Paradiso, ha trovato ad accoglierla Gesù e la Madonna.

postato da: mondosigi alle ore 22:55 | Permalink | commenti (2)
categoria:diario
lunedì, 25 giugno 2007

SULLA "CORSA" DI SANT'ANDREA AD AMALFI, SE MI E' CONSENTITO, DICO LA MIA OPINIONE

Un ammasso di braccia, muscoli, gambe, che, di corsa, sospinge la statua verso l’alto, affrontando in salita la lunga e ripida scalinata del duomo. E quell’involucro sottile d’argento, con le sembianze dell’apostolo, sobbalza paurosamente, mentre gli sguardi sono appuntati proprio su di lui: che farà, arriverà all’ultimo gradino o si catapulterà sulla folla? Mio Dio, sarebbe una tragedia! Sembra assurdo pensarlo, eppure lo pensano tutti. Poi, a missione compiuta, quando il santo si affaccia sulla piazza dall’atrio, e il campanone manda per l'aria i suoi festosi rintocchi, ecco che scatta l’applauso, corale, assordante. E contemporaneamente i fuochi d’artificio schizzano verso il cielo, che, nell’afa serale, comincia a punteggiarsi di stelle.

Forse non sono riuscito a rendere la suggestione dello spettacolo. Basterà andare ad Amalfi, mercoledì sera, per goderselo dal vivo. Perché di spettacolo si tratta. Che rapporto esso abbia con la fede, nel tempo che viviamo, non lo so. Io dico: nessuno. Ricordo quando la gente vi assisteva in rispettoso silenzio. Oggi non più: si applaude, sguaiatamente, come allo stadio, come a una corrida, a una corsa automobilistica o ciclistica. Del resto, si applaude persino ai funerali e quando negli stadi si annuncia, nel ricordo di qualcuno che ci ha lasciati, il minuto “di silenzio”. Ditemi dove lo troviamo più il tempo di raccoglierci in meditazione, in preghiera? Travolti da televisione, radio, computer, telefonino, play station, sirene dei pompieri, delle forze dell’ordine, delle ambulanze, da antifurti e via dicendo?

Siamo sommersi dai rumori, dal frastuono, dal chiasso,  e non riusciamo più a recepire il cinguettio di un passerotto, sul davanzale della  finestra, e il frinire della cicala sull'albero del cortile (ammesso che ce ne siano rimaste). A volte, neppure la voce della nostra coscienza.

Ho voluto raccontare ciò che avviene ad Amalfi, la sera del 27 giugno (festa del patrocinio dell’apostolo Andrea), ma la cosa si ripete a Maiori il 15 agosto (S. Maria a Mare), a Cetara il 29 giugno (San Pietro), a Salerno il 21 settembre (San Matteo). Perché i santi debbano rientrare in chiesa di corsa, e accompagnati da un tifo... sportivo, questo non l’ho mai capito. Chiedo a chi lo sa di volermelo spiegare.

Sigismondo Nastri

 

postato da: mondosigi alle ore 08:42 | Permalink | commenti (1)
categoria:diario
sabato, 23 giugno 2007

MERCOLEDI' E' FESTA GRANDE AD AMALFI (E, SE POSSO, CI VADO)

Mercoledì 27 giugno, ad Amalfi, festa del “patrocinio” dell’Apostolo Andrea. Si ricorda un amalfi piazzaepisodio che ci riporta al 1554, quando imperversava lungo le nostre coste il pirata turco Khair-ad-Din, detto Barbarossa. Egli, dopo aver saccheggiato Ischia e Procida, si stava trasferendo nel golfo di Salerno, “nutrendo eguale disegno di rapina e di distruzione. Ma mentre in quel solstizio estivo il mare era placido e tranquillo – scrive lo storico Matteo Camera –, questo cominciò verso sera a rubbolare, e gradatamente ingrossando, commutossi in sì fiera ed orribil tempesta da mandare a male la flotta ottomana”. In un documento, redatto dal notaio Berardo Battimelli di Ravello, si racconta che, all’alba del 27 giugno, le navi di Barbarossa erano davanti alla costa, pronte ad attaccare. La gente, colta dal panico, invocò la protezione di Sant’Andrea. Amalfi sarebbe stata messa a ferro e fuoco se non si fosse scatenata una violenta tempesta, che portò scompiglio tra gli assalitori (la falca di uno di quei vascelli è esposta ora nel museo della cattedrale). Scampato il pericolo, si gridò al miracolo. E da allora, con l’approvazione della Santa Sede, iniziarono i festeggiamenti in corrispondenza con quella data.

E' da alcuni anni che manco a questa festa, vorrei proprio andarci, anche se i tempi sono cambiati ed essa (esprimo una opinione personale,e mi riferisco solo alla processione), rispetto ai tempi della mia infanzia e della mia giovinezza,  oggi è più assimilabile a una manifestazione turistica che a una funzione religiosa.  Se non vado, mi dicono, posso assistere alle principali celebrazioni liturgiche in cattedrale attraverso un servizio di web cam in diretta (sul sito della diocesi: www.diocesiamalficava.it).

Le navi di Barbarossa erano davanti alla costa, pronte ad attaccare. La gente, colta dal panico, invocò la protezione di Sant’Andrea. Amalfi sarebbe stata messa a ferro e fuoco se non si fosse scatenata una violenta tempesta, che portò scompiglio tra gli assalitori (la falca di uno di quei vascelli è esposta ora nel museo della cattedrale). Scampato il pericolo, si gridò al miracolo. E da allora, con l’approvazione della Santa Sede, iniziarono i festeggiamenti in corrispondenza con quella data.

La solenne concelebrazione eucaristica, nell’antica cattedrale, sarà presieduta dal cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

La processione, come al solito,  partirà dalla sommità del duomo al calare del tramonto: sfileranno le organizzazioni cattoliche, le rappresentanze delle antiche congregazioni, il clero. La statua argentea del santo, pregevole opera d’arte del ‘700, sarà seguita dal gonfalone municipale, dalle autorità, dalla banda musicale. La Schola cantorum ne accompagnerà le note col canto: “O di Amalfi protettore,  Sant’Andrea nostro duce, / spicca un raggio di tua luce  nostre menti ad illustrar. / Vibra un dardo del tuo amore pei tuoi figli in mezzo al seno / e del fuoco in un baleno bruci ognun di carità. / Dalla culla t’invocammo innocenti pargoletti / oggi i voti e i nostri affetti a te son rivolti ancor. / Vieni e siedi sulla prora dei navigli amalfitani / e dai lidi assai lontani giunga salvo ogni nocchier. / Pescator di Galilea, benedici ogni mattina / e le reti e la marina e la barca e il pescator. / Calma il mare procelloso, fuga i morbi, il nembo e il tuono / del tuo nome al dolce suono nostro insigne protettor”.

Una bella descrizione dell'avvenimento la trovo nel libro di A. t’Serstevens “La fête à Amalfi”: Amalfi, Processione di Sant“La scalinata è ricca di colori come una voliera. Si vede ancora un immenso ombrellone, a forma di cono, con delle strisce verticali gialle e viola, retto da paggi in seta rossa gallonati d’oro; più alto, il baldacchino, a otto aste coronate di piume e tutto di raso bianco; e sotto l’atrio, gli stendardi nazionali sostenuti da signori in redingote”.

Il lungo corteo, sicuramente, attraverserà le vie tra due ali di folla. I turisti  si daranno da fare per catturarne, con le telecamere, le macchine fotografiche, i videofonini, le immagini più suggestive. Il rientro del prezioso simulacro avverrà ancora una volta di corsa (in barba a tutti gli appelli in senso contrario e alle stesse disposizioni dell’Autorità ecclesiastica, che ormai ci ha fatto il callo e accetta lo stato di fatto):  giunti ai piedi dell’imponente scalinata del duomo, i portantini, coadiuvati da decine di volontari, affronteranno in velocità la salita in un’atmosfera  di suspance e di assoluto silenzio, che subito dopo sfocerà in un prolungato applauso. Si tratta di un  momento spettacolare, emozionante, che certamente contrasta con la compostezza e il raccoglimento in preghiera che caratterizzano le altre fasi della processione. Sono contrario alla corsa, che non ha niente a che vedere con la fede (rassomiglia piuttosto alle fasi conclusive di una corrida),  e lo dichiaro a voce alta, anche a costo di farmi dei nemici.

Ad Amalfi il culto di Sant’Andrea risale al tardo Medio Evo, quando la città aveva una posizione preminente nei traffici commerciali sulle rotte del vicino Oriente. Il cardinale Pietro Capuano, patrizio amalfitano, inviato dal Papa Innocenzo III come suo rappresentante alla quarta crociata, riuscì ad impossessarsi delle sue venerate spoglie e l’8 maggio 1208 le consegnò alla chiesa cattedrale, dove furono collocate nella cripta. Nella ricorrenza dell’ottavo centenario di questo evento, si stanno allestendo, come ho già scritto su questo blog, imponenti celebrazioni, che si concluderanno il 30 novembre del 2008.

Dal 29 novembre 1304 è documentato il miracolo della “Manna”: un liquido – al quale si attribuiscono proprietà taumaturgiche –, che trasuda dal sepolcro e viene raccolto in apposite ampolline. “La fama di Amalfi come pia meta di pellegrinaggio – nota Dieter Richter – crebbe decisamente allorquando per tutta Europa si sparse la notizia che nella cripta del Duomo le reliquie del Santo secernevano un olio miracoloso chiamato manna. Amalfi, nella letteratura degli inizi dell’età moderna, diventa la città di Sant’Andrea e del suo olio miracoloso: Il Divo che di manna Amalfi instilla (Tasso, 1593)”. La tradizione vuole che anche San Francesco d’Assisi sia venuto ad inginocchiarsi davanti alle reliquie dell’apostolo.

© Sigismondo Nastri

 

postato da: mondosigi alle ore 20:02 | Permalink | commenti
categoria:storia
sabato, 23 giugno 2007

ENZO COLAVOLPE ALLA GUIDA DELLE CELEBRAZIONI

DELL’VIII CENTENARIO DELLA TRASLAZIONE DEL CORPO DI S. ANDREA APOSTOLO

 

Datemi un punto d’appoggio… e vi solleverò il mondo. Chi lo disse? Archimede? Enzo Colavolpe ci riuscirebbe senza far uso di una leva. Le sue capacità di ideatore e di organizzatore di eventi sono ormai collaudate da manifestazioni che hanno avuto grande successo: la Sposa d’Amalfi, ad esempio, oppure, in epoca più recente, il premio denominato “Stella di Tabor” che viene  consegnato la notte di Natale. Peccato che ad Amalfi non sempre abbia trovato strade spianate. Neppure quando è stato sindaco. Nemo propheta in patria, anche questo è vero.

Enzo è un vecchio amico, siamo stati compagni (anche a scuola) ai tempi – ahinoi! lontani - della adolescenza. Era così già da ragazzo: un vulcano di idee.

SantOra ci riprova con i festeggiamenti per l’VIII Centenario della traslazione del Corpo di S. Andrea apostolo, che si apriranno domenica e andranno avanti fino al 30 novembre dell’anno prossimo. Se la barra di comando la tiene saldamente in mano lui, possiamo essere sicuri che le cose fileranno lisce come l’olio. Il programma, ambizioso, ricco, che fa proprie le tematiche più ricorrenti – la pace nel medio Oriente, i rapporti tra la chiesa cattolica e quella ortodossa, la libertà religiosa  - lo ha illustrato meticolosamente nel corso di una conferenza stampa svoltasi stamane a palazzo sant’Agostino, qui a Salerno. Un programma che si avvale di una “Commissione d’onore” autorevolissima, della quale, col sindaco di Amalfi Antonio De Luca, fanno parte rappresentanti delle istituzioni, politici, alti prelati: tra questi, i cardinali Walter Kasper, Renato Raffaele Martino e Crescenzio Sepe,  il sindaco di Roma Walter Veltroni, il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, i presidenti di Bnl Luigi Abete e di Banca Intesa Giovanni Bazoli.

Buon lavoro, Enzo!

Sigismondo

 

postato da: mondosigi alle ore 15:27 | Permalink | commenti
categoria:diario
venerdì, 22 giugno 2007

DECALOGO PER CHI GUIDA (O VA PER LE STRADE...)

 

decalogo

Ho trovato sul Tempo di ieri questo decalogo per automobilisti e mi sembra opportuno evidenziarlo. E' tratto, credo, da un libretto dal titolo "Orientamenti per la pastorale della strada". edito dal Vaticano.  Non si fa mai abbastanza per prevenire incidenti e atti di inciviltà. E questo vale per automobilisti, camionisti, motociclisti, pedoni, ragazzini in sella ai motorini.

Purtroppo, scrive Elisa Pinna sul quotidiano della capitale, "le strade del mondo si sono trasformate in un palcoscenico pericoloso di prepotenza, violenza, egoismo, omicidi, bestemmie".

Non basta più essere prudenti e corretti. Bisogna affidarsi alla protezione di Dio.

postato da: mondosigi alle ore 00:33 | Permalink | commenti
categoria:diario
giovedì, 21 giugno 2007

IL CARLINO, CANE CHE NON SCODINZOLA

 

BouchonBouchon era un “carlino”: piccolo, tozzo, pelo fulvo (ve ne sono anche neri), struttura ben solida, testa rotonda, muso appiattito, solcato da rughe grosse e profonde,  e, altra peculiarità, coda arrotolata sull’anca. Si racconta che, in occasione della prima esposizione canina americana, vi fu imbarazzo: alcuni esemplari l’avevano poggiata sul lato sinistro, altri sul lato destro. Si dovette sospendere il concorso per permettere alla giuria di stabilire che entrambe le posizioni sono corrette, tanto più in presenza del tipico “doppio giro” di coda.

Antiche e chiaramente orientali sono le origini della razza, che nel ‘700 prese nome da Carlo Bertinazzi, detto “Carlin”, famoso interprete di Arlecchino al “Théâtre Italien” nella Ville Lumière. Non si sa per quale somiglianza: forse l'attore aveva il naso schiacciato come questi cani, che russano in modo fragoroso e, nei mesi caldi, fanno fatica a respirare.

I “carlini” frequentarono la corte di Versailles ai tempi di Luigi XV e Luigi XVI. La regina Maria Antonietta ne possedeva uno a lei tanto devoto da accompagnarla fino al patibolo. La Rivoluzione li giudicò “aristocratici" e li mise al bando. Continuarono, tuttavia, ad essere allevati in Inghilterra, prediletti dalla famiglia reale. Al di qua della Manica tornarono di moda per merito del duca di Windsor, quel re Edoardo VIII che nel dicembre del 1936 abdicò per sposare un’americana divorziata, Wallis Warfield Simpson. Le cronache riferiscono che la celebre coppia arrivò in Francia, dove prese dimora, carica di bagagli e  di “carlini”, fulvi e neri. Da noi la loro popolarità, alquanto recente, è legata a certe apparizioni televisive della vulcanica Marina Ripa di Meana e del compassato stilista Valentino.  

Bouchon e SherryBouchon – al quale avevamo dato una compagna, Sherry (a destra nella foto) – proveniva da un allevamento transalpino. Fu acquistato nello “spazio animali” di un grande magazzino parigino. Giunse sulla costa a quattro mesi. Cucciolo vivace e affettuoso,  familiarizzava con tutti,  eppure era guardato con diffidente curiosità proprio per quella maschera scura sul viso e per  la strana coda. In una delle quotidiane passeggiate sul lungomare, un bambino gli si avvicinò e volle accarezzarlo. Bouchon (in italiano, tappo) gradì il gesto ricambiandolo con una leccata di mani.  “È un bel cagnetto, peccato che non potrà mai festeggiare” osservò il bimbo. “Perché dici questo?” venne spontaneo domandargli.  “I cani festeggiano agitando la coda - rispose -. Lui, avendola arrotolata, non sarà mai in grado di farlo”.

© SigiNastri2000

 

 

postato da: mondosigi alle ore 10:24 | Permalink | commenti
categoria:racconti