In una monografia pubblicata nel 1990 a Terlizzi, dove l’artista era nato il 18 agosto 1892, Michele Gargano scrive che Domenico De Vanna, nel 1953, «si scelse come posto di lotta Atrani, il candido paese della costiera amalfitana sospeso fra la montagna e il mare». E qui «continuò ad esercitare serenamente la sua attività al servizio dell’arte, nella quale credeva con immutato amore, libero e non asservito a nessuna feudalità. Ebbe così inizio quella che egli chiamava “l’avventura del Romitaggio”, dal nome dato ad una casa di pochi vani, presa in fitto da tempo dal locale Conservatorio di S. Rosalia».
Ecco come De Vanna, vent’anni dopo, descrisse quell’avvenimento: «Il 4 agosto 1953 in Atrani, in questa perla incastrata tra i monti e il mare della fiabesca contrada della costa amalfitana, sulla rampa del Platamone, in quell’epoca deserta e solitaria, in un modesto locale dalle bianche pareti, odorose di fresco bianco di calce, su cui erano state amorevolmente allineate 34 nostre pitture, con l’intervento del Sindaco pro-tempore, l’indimenticabile Gabriele di Benedetto, accompagnato da uno sparuto gruppo di suoi amici, a cui si accodava un altro esiguo gruppetto di curiosi locali, alle ore 11 precise, sotto un torrido e incombente solleone, innanzi al muto e solenne testimone, lo storico mare di queste leggendarie contrade, veniva inaugurata la nostra prima mostra ciclica in Atrani e nel piccolo summenzionato locale, che noi da quel momento denominammo col significativo nome de “Il Romitaggio”».
Prese il via, allora, una serie ininterrotta di appuntamenti che fino al 1979, tra luglio e ottobre, richiamarono l’interesse sempre crescente di estimatori, collezionisti, ed anche quello dei tanti turisti che, all’epoca, frequentavano la Costiera. Insieme alla simpatia della gente: gli atranesi, in particolare, che andavano fieri del “professore”, innamorato del loro paese, del quale sapeva trasferire sulla tela non solo i volti delle persone, persino i loro sentimenti, oltre che suggestivi scorci di paesaggio, con una maestria che li lasciava incantati. Il decollo di Atrani nel firmamento turistico del territorio iniziò proprio con la presenza di Domenico De Vanna.
Egli aveva scelto questo luogo per intraprendere una battaglia solitaria «contro l’ignobile sfasamento che con premeditazione e subdolamente si andava perpetrando, da sinistri oscuri interessi, nel campo della cultura e in ispecie in quello delle arti figurative». Voleva rimanere estraneo - lui, che s’era formato all’Accademia con Michele Cammarano, e aveva frequentato Antonio Mancini, Vincenzo Gemito, Giacomo Lista, Attilio Pratella, Luca Postiglione, Gennaro Villani, Luigi Crisconio, Saverio Gatto - ai nuovi fermenti artistici, che cominciavano a circolare anche in Italia: «Io non credo - dichiarò nel 1954 - che si debbono avallare come creazioni quelle oziose esercitazioni, quelle insufficienze che hanno umiliato ed avvilito la nobile tradizione e l’alto compito delle rassegne d’arte, ed in ispecial modo quella della Biennale di Venezia». Una battaglia che continuò a portare avanti negli anni seguenti, parlando di «babelica delle arti figurative», di rassegne artistiche controllate e dominate «da una casta chiusa di esperti “in manovre organizzative e lucrative” con le conseguenze che ogni artista subisce e che il pubblico purtroppo ignora». Eppure egli s’era affermato partecipando, con opere di grande respiro, proprio alle Biennali veneziane, nel primo ventennio del ‘900.
Se «la pittura – come diceva - è fatta anche di fatica e di fatiche non indifferenti, fatiche nobili, fatiche sante, fatiche divine, fatiche!», certamente non poteva convincerlo il fatto che, per molti, bastava «un buco, un tocco di colore, un filo di ferro, un pezzetto di tela sporca per scoprire un mondo». Egli era per un’arte senza tempo, che «non è né antica, né moderna e né futura, ma è semplicemente Arte senza alcun aggettivo di qualsiasi natura. […] L’Arte pop, l’Arte ottica, l’Arte astratta, l’Arte concettuale, l’Arte futurista, l’Arte programmata, l’Arte dell’immagine altra, e chi più ne sa, più ne mette, sono parole create da equivoci interessi politici, da violenti ed oscuri gruppi di potere, da gruppi di incapaci, da interessi di cricche per ingannare il pubblico».
Seguii con curiosità – ero giovanissimo, allora - questa sua avventura atranese,
condivisi certe sue battaglie, gli fui vicino in molte circostanze e recensii alcune mostre sul "Mattino" e su altri giornali. Mi fece pure un ritratto, che non ebbi mai: forse andò perduto quando egli stesso lo consegnò a un laboratorio napoletano per la esecuzione di un cliché, che fu stampato nel 1970 nel risvolto di copertina di un mio libretto di poesie.
Al di là delle enunciazioni di principio, e delle polemiche innescate, bisogna riconoscere che, nella lunga e feconda attività, iniziata nel 1912 con la presentazione di un dipinto, Memento, alla Società Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa”, a Napoli, e conclusasi nell’estate del 1979 con la XXVII edizione delle mostre al “Romitaggio”, De Vanna non mancò di prestare attenzione ai fermenti e alle spinte innovative che percorrevano il nostro continente. «Quando si parla di avanguardia però – nota Luigi Dello Russo nel volume Tradizione e modernità nella pittura di De Vanna – non s’ha da intendere la partecipazione teorica in senso stretto ai movimenti storici, bensì un’assimilazione e filtrazione operativa “in re”, cioè nella pittura, delle conquiste artistiche di quelle sperimentazioni rivoluzionarie sulla base di affinità personali di cultura, gusto e sensibilità», chiaramente innestandole «su quel tronco originario di formazione napoletana, che in parte consapevolmente e in parte inconsciamente si era sedimentata nella sua personalità».
Nel mirino della sua contestazione erano, in particolare, le istituzioni e lo sperpero di pubblico denaro, il potere usato come arbitrio, la spregiudicatezza dei mercanti, la proliferazione di “critici e sotto critici”. Quello che lui chiamava “vampirismo”: un fenomeno – avvertiva – che è «tristemente evidente, ed assume aspetti terribili soprattutto nel settore delle arti figurative: delicato settore, questo, purtroppo completamente indifeso e alla mercé di tutte le possibili aggressioni e manomissioni di varia natura» ed anche «il campo che per la sua completa mancanza di difesa la turba di filibustieri mimetizzata sotto varie spoglie invade e vi si insedia». È facile intuire che si trattò di una battaglia perduta in partenza, che in breve lo rese solo ed emarginato. Il “romitaggio” atranese gli servì per recuperare serenità nel lavoro e per avviare un rapporto diretto con collezionisti e appassionati d’arte. Paolo Ricci gli manifestò apprezzamento: «senza aiuto esterno» egli era riuscito «a dar vita, in un ambiente frequentato da turisti avvertiti, spesso coltivati nel gusto delle arti, a una manifestazione di cultura qualificata e opportuna».
Alfredo Schettini rileva che negli anni Venti del ‘900 De Vanna «era tra i giovani pittori napoletani più colti ed evoluti, desiderosi di rinnovarsi, ma non con idee rivoluzionarie che potessero offendere il passato, denegando o fraintendendo la bella tradizione ottocentesca. Egli si prefisse di svolgere in maniera organica e coerente la sua attività, con un progressivo perfezionamento della tecnica espressiva che meglio ne articolasse gli sviluppi, armonizzandola in un vasto arco di interessi culturali. Per lui, infatti, lo sviluppo dell’espressione era, allora come oggi, il ponte che sostiene l’opera d’arte… Si volge per solito ai soggetti familiari affettuosi, colti in ore confortevoli d’intimità espressiva, onde la curva della sua malinconia si delinea senza impedimenti d’indole cerebrale e problematica, trovando nei moti di tenerezza contemplativa la sua ragione d’essere senza compromessi culturali. C’è dunque un filone di continuità artistica in queste opere, individuabili per un sostanziale denominatore pur attraverso la varietà dei mezzi rappresentativi, i quali si estrinsecano a seconda delle sensazioni e dei temi suggeriti dall’immaginazione, che poggia su valide esperienze formative. La pennellata larga, pastosa, costruttiva è intrisa di luce». A sua volta, Dino Fienga lo definisce «pittore versatile, complesso, non melodico», con «una tecnica leggera, sicura, una naturale robustezza di colore che a volte fa ricordare Cézanne». De Vanna – continua - è «un solitario che accarezza la melanconia dei paesaggi vasti in cui è possibile dimostrare sentimento, abilità e un sintetismo pittorico assai pieno e virtuoso. Pittore di grande sensibilità, egli è rimasto un indipendente lontano dalle manifestazioni accademiche; alieno da ogni convenzionalismo, ha cercato sempre di tradurre nelle sue tele la realtà in quanto questa suscita nel suo spirito emozioni e sentimenti».
Michele Gargano, a conclusione della sua ricca e documentata monografia, ci consegna il ritratto di De Vanna «silenzioso, raccolto e industre come un benedettino; semplice, puro e mistico come un francescano; eloquente e pugnace come un domenicano». È vero. Anche se bisogna aggiungere che aveva un carattere difficile e non era amato dai colleghi, proprio perché, rifiutando i compromessi, usava dire sempre “pane al pane, vino al vino”. Era, invece, disponibile, affabile, nei rapporti con la gente semplice, che veniva a vedere i suoi quadri, gli chiedeva spiegazioni, si sforzava di “capire”. E, non di rado, acquistava. Come quell’operaio di Ravello che, certamente con sacrificio, non volle rinunciare al piacere di avere in casa, in bella vista, alcuni dipinti del maestro, che lo agevolò pure, e non poco, nei prezzi e nelle condizioni di pagamento, apprezzandone il gusto e la sensibilità. A volte, nello spazio ristretto della sala d’esposizione, o sul terrazzino antistante, teneva vere e proprie lezioni di estetica o di storia dell’arte. Diventava, al contrario, burbero e scostante se si cominciava – come faceva qualche signora della buona società, e ce n’erano, specialmente tra le famiglie facoltose che trascorrevano la loro dorata vacanza sulla costa -, a mettere in discussione, per il solo gusto di apparire “alla moda” o erudita, l’espressione di una figura ritratta, il taglio di un paesaggio, la scelta dei toni cromatici, il modo stesso di affondare il pennello sulla tela.
Al “Romitaggio” di Atrani, tra il 1953 e il 1979, egli mise in mostra l’intera sua produzione, dagli anni giovanili a quelli della lucida e operosa senilità. «Un considerevole numero di opere – dichiarò poi il maestro -, tra quelle avvicendatesi nelle sale della mostra, sono state acquistate dai visitatori ed amatori. Ora sono sparse ovunque per il mondo». C’è ancora chi ricorda che le quotazioni, all’epoca, erano addirittura superiori a quelle di molti protagonisti dell’Ottocento napoletano. Una cosa è certa: egli non era disponibile a svendere la propria arte. E quando un quadro veniva portato via si mostrava pure dispiaciuto, come se gli stessero sottraendo una persona cara.
Dopo la morte, avvenuta il 9 novembre 1980 a Napoli, dove aveva casa-studio-rifugio in via Speranzella, i dipinti di Domenico De Vanna sono diventati introvabili. Chi li possiede se li tiene stretti. Ecco perché la presentazione, in questa sede, di un corposo gruppo di opere di un artista così singolare rappresenta un avvenimento eccezionale, irripetibile. Sempre che a Napoli, o ad Atrani (la patria di adozione, che nel 1977 gli conferì la cittadinanza onoraria), oppure a Terlizzi (la città che gli diede i natali), qualcuno non assuma l’iniziativa di riproporlo con una grande retrospettiva, anche ai fini di una doverosa “rilettura” in chiave critica. Non è mai troppo tardi.