LA RESPONSABILITA' DEI PROPRIETARI NEGLI INCENDI BOSCHIVI
La Costiera brucia (per tutta la giornata a Maiori i canadair hanno sfrecciato in rapida successione sulla mia testa: era come stare a Malpensa), bruciano l’intera provincia di Salerno, la Campania, il Meridione. La Costiera brucia, quello che retoricamente viene definito “patrimonio dell’umanità” se ne sta andando maledettamente in fumo. Le cronache hanno riportato la notizia dell’arresto di un piromane (meglio, presunto tale). Gli hanno trovato in macchina un accendino e un pacchetto di fiammiferi. Il primo paragone che m'è venuto alla mente è col bambino che voleva svuotare il mare col guscio di una noce. Siamo proprio convinti che basti un fiammifero per scatenare l’inferno)? O ci sono tecniche più... sofisticate?
Sul Corriere della sera di lunedì, rispondendo a una lettera, Sergio Romano osservava che “sulle cause del fenomeno abbiamo ancora poche analisi e molte impressioni o emozioni”. Ma mentre il medico pensa, lo dicevano i nostri antenati, il malato muore. E qui in pericolo, col paesaggio, con l’ambiente, è la nostra stessa sopravvivenza. Che Dio ci aiuti quando verranno le prime piogge.
Tra le ipotesi fatte da Sergio Romano (l’autocombustione, il mozzicone di sigaretta gettato nell’erba, lo specchio rotto colpito dai raggi del sole, ecc.) ne prendo in considerazione una: “il sottobosco, ormai sistematicamente trascurato”, che è diventato “un barile di polvere”. Perché proprio di questo s'è discusso la sera del 1° agosto, a Conca dei Marini, nell’ambito dell’iniziativa “Conca porte aperte: cultura, arte, tradizioni, spettacolo”, curata da Marisa Criscuolo. I media non vi hanno fatto troppo caso, forse per carenza di comunicazione. Il dibattito, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Matilde Romito, direttrice dei musei provinciali, Nicola Bartoli, presidente della sezione civile della Corte di Appello di Salerno, Luigi Criscuolo, sindaco di Conca dei Marini, ha avuto due protagonisti eccellenti: Michelangelo Russo, magistrato, che è consigliere giuridico del ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, e Costantino Montesanto, noto e brillante avvocato di Cetara, i quali si sono confrontati sul tema “Emergenza incendi, responsabilità e risarcibilità”.
Russo ha presentato un quadro dei risultati investigativo-repressivi allarmante: degli oltre trentasettemila incendi denunciati negli ultimi sei anni (compresi quelli colposi) è stato possibile risalire al nominativo del colpevole soltanto per 2.470 di essi (in massima parte colposi). Ma, ecco la sorpresa, solo in ventotto casi si trattava di veri e propri piromani. Irrisorio è il numero dei processi in cui lo Stato si è costituito parte civile per ottenere la condanna dei responsabili al risarcimento dei gravissimi danni all’ambiente ed al rimborso delle ingenti spese sostenute nelle operazioni di spegnimento.
Mi sembra particolarmente d’attualità l’intervento svolto dall’avvocato Montesanto, che aveva per argomento la “responsabilità custodiale del proprietario del bosco”.
Ne riporto qui una sintesi (chiedendo scusa all'autore per la... invasione di campo) al solo scopo di proporla all’attenzione della opinione pubblica e delle stesse istituzioni interessate.
LA RESPONSABILITA’ CUSTODIALE
DEL PROPRIETARIO DEL BOSCO
Con la crisi dell’agricoltura e delle attività connesse – tra cui la produzione e il commercio di carbone vegetale, nonché di pali, pertiche e frascame per l’impianto e la copertura dei limoneti – da oltre quanrant’anni i boschi della Costiera Amalfitana sono divenuti per i proprietari degli inutili fardelli, del tutto improduttivi, di cui è impossibile perfino liberarsi perché nessuno sarebbe disposto ad acquistarli. Privi delle indispensabili opere conservative e manutentive (taglio periodico e selettivo dei tronchi con conservazione delle matrici necessarie alla loro riproduzione, sfoltimento del frascame, pulizia del sottobosco e dei sentieri), i boschi della Costiera sono ormai una giungla inaccessibile – dominio incontrastato di pastori, taglialegna abusivi e cacciatori di cinghiali – dove ciascuno fa quel che gli pare, taglia, danneggia e porta via quel che gli serve senza osservare alcuna regola e cautela: anche perché all’inerzia dei proprietari fa eco l’inefficacia della vigilanza e del controllo pubblico, minati dallo smembramento delle competenze tra il Corpo delle Guardie Forestali e la Comunità Montana. Grovigli inestricabili di vegetazione spontanea, tronchi semicarbonizzati, rami secchi, accumuli di fogliame, rovi, arbusti e sterpaglie fanno dei boschi della Costiera delle vere e proprie bombe incendiarie, destinate a divampare alla minima sollecitazione.
Sul piano delle responsabilità dei danni provocati dagli incendi, i cui autori materiali rimangono quasi sempre ignoti, i proprietari dei boschi sono stati finora lasciati indenni da pretese risarcitorie, essendo invalsa l’idea che l’incendio doloso a opera di terzi integri di per sé un fatto sicuramente straordinario ed inevitabile (caso fortuito). Ma già da tempo la Corte di Cassazione Civile ha avuto modo di puntualizzare che il proprietario del bosco incendiato è esentato dalla responsabilità custodiale (art. 2051 cod. civ.) soltanto qualora l’incendiario venga conceretamente individuato, non anche quando un’azione dolosa sia soltanto supposta: infatti, in quest’ultimo caso, la presunzione legale di responsabilità del proprietario tenuto alla custodia non può essere superata da una semplice ipotesi di responsabilità di terzo non identificato (cfr.: Cass. Civ., sez. III, 16 marzo 2003, n. 9619; Cass. Civ., sez. III, 25 settembre 1997, n. 9404). Ma a dover maggiormente preoccupare i proprietari dei boschi soggetti ad incendi è la permanenza, comunque, a loro carico di una responsabilità autonoma, concorrente e solidale tutte le volte in cui lo stato e le condizioni del bosco abbiano contribuito ad “alimentare consistentemente l’incendio, così conferendogli in via aggiuntiva un dinamismo di sviluppo che ne abbia facilitato la propagazione”, come nei casi di mancata rimozione delle sterpaglie e di assenza dei solchi tagliafuoco (cfr.: Cass. Civ., sez. III, 18 giugno 1999, n. 6121): a maggior ragione quando non si è in presenza di singole inadempienze dei doveri custodiali, bensì di uno stato di generale abbandono. In simili casi, peraltro, la responsabilità non ricade soltanto sul proprietario del bosco da cui l’incendio ha avuto origine, ma si estende anche solidalmente ai proprietari dei fondi intermedi attraversati dal fuoco, qualora le condizioni di questi abbiano conferito all’incendio un dinamismo aggiuntivo e ne abbiano sviluppato l’intensità e la capacità di propagazione (cfr.: Cass. Civ., n. 61121/99, cit.). In conclusione, specialmente all’indomani dei tragici fatti di Puglia (morte di persone, danni a case ed a strutture produttive), per i proprietari dei boschi abbandonati non si annunciano sonni tranquilli, anche in considerazione dell’ulteriore profilo di responsabilità custodiale per danni a persone e cose da frane e smottamenti conseguenti all’incendio.
Ben al di là dei profili di responsabilità privatistico-patrimoniale appena trattati, sul piano politico non può non tenersi conto, da un lato, dell’evidente interesse pubblico – sul piano paesaggistico e su quello della salvaguardia dell’equilibrio idrogeologico – al mantenimento del patrimonio boschivo in Costiera; dall’altro, dell’antieconomicità degli indispensabili interventi di risanamento e di manutenzione a cura e spese dei proprietari, che in alcuni casi non sarebbero neppure in condizione di affrontare l’enorme costo del risanamento. Sarebbe, pertanto, quanto mai opportuno che gli Enti e le Amministrazioni competenti predisponessero ed incoraggiassero efficaci “uscite di sicurezza” per i proprietari: come la cessione, definitiva o temporanea (a lungo termine), agli stessi Enti o a cooperative di lavoro. Sarebbero iniziative dal costo sicuramente inferiore all’ammontare dei gravissimi danni prodotti dagli incendi ed ai costi degli interventi di spegnimento.
© Costantino Montesanto
Avvocato, Patrocinante in Cassazione