giovedì, 30 agosto 2007

GUIDO GAMBONE: ESPOSTI A MINORI I DISEGNI DEL FRAC DI BARONISSI

Dal 28 agosto e fino al 18 settembre i cinquanta disegni di Guido Gambone, donati dal figlio Bruno al Fondo Regionale d’arte contemporanea (Frac) di Baronissi, saranno esposti al Fës Show Room di Minori a chiusura della rassegna ApeRTo7, diretta da Massimo Bignardi, che ha rappresentato uno degli eventi artistici più interessanti dell’estate in Costiera. Essa s’è sviluppata attraverso le mostre di Ico Gasparri, fotografie (I chiodi di Ulisse), Bartolo Savo, dipinti (Immagini di luoghi, figure del tempo), Vincenzo Ruocco e Marco Fusco, ceramiche (Immagini sciolte negli smalti) per concludersi con questo omaggio a Gambone, che propone disegni tracciati a matita, a penna, ad inchiostro, nonché acquerelli eseguiti a partire dalla metà degli anni quaranta, quando Gambone era impegnato nella sua piccola fabbrica di ceramica “La Faenzerella”. Essi – nota Bignardi – provengono, in gran parte, “da quei blocchi che l’artista acquistava sin dal suo arrivo a Firenze, nei primi anni cinquanta, nella vecchia cartoleria Pistoj che aveva sede in via Condotta. Sfogliando, uno dopo l’altro, questi blocchi si ha la sensazione di percorrere, per momenti, le pagine della sua esperienza artistica”.

Dario Poppi, che lo incontrò per la prima volta a Vietri nel febbraio del 1928, scrisse: “Guardavo Guido che con delle rapide pennellate, con un’agilità e freschezza di mano, creava di getto i più disparati motivi, belli, pieni di carattere”. Era, sottolinea Bignardi, una pennellata “che seguiva il disegno tracciato in bruno chiaro, con la punta del pennello”. Ecco, quindi, che il disegno diventa un momento centrale della sua esperienza creativa, in primis di ceramista, poi di pittore. E’ un disegno netto, a volte marcato, “che rinunzia ad ogni concessione offerta dal chiaro scuro, dalla sfumatura, cioè dalla suggestione tattile propria di uno ‘stile plastico’: la forma, quella che è alla base della sua alta esperienza di ceramista e di scultore, nasce dall’essenzialità del disegno, dal suo immaginare un corpo, recuperarlo dal pensiero per affidarlo allo spazio, inteso quest’ultimo quale ‘luogo’ di un vissuto presente”.

Guido Gambone nato a Montella, in provincia di Avellino, il 27 giugno 1909, si spense a Firenze il 20 settembre 1969. Giovanissimo, si era trasferito con i genitori a Salerno, cominciando ad appassionarsi alla ceramica, dopo gli studi ginnasiali. E dove, se non a Vietri sul Mare? Qui frequentò il laboratorio di zi' Domenico, poi la fabbrica Avallone. Ma la sua vocazione iniziale fu la pittura, come documentano l’Autoritratto, databile fra il 1930 e il 1931, Via Canali del 1933, Uomo con cavallo, un pastello del 1938, e Figure sulla spiaggia, databile al 1936.

Dalla bottega dell'Avallone passò alle dipendenze di Max Melamerson nell'Industria Ceramica Salernitana. Nel 1937, con Vincenzo e Salvatore Procida e Francesco Solimene, si trasferì a Firenze presso la ditta Cantagalli che in quegli anni stringeva rapporti di lavoro con Melamerson. Nel 1940 tornò a Vietri sul Mare, alle dipendenze della “MACS”, nuovo nome della vecchia Industria Ceramica Salernitana. Partecipò alla VII Triennale di Milano nel 1940 e al IV Concorso Nazionale della Ceramica di Faenza nel 1942.

Fra il 1944 e il 1945, finalmente, aprì la sua celebre bottega “La Faenzerella - Gambone e compagni”, alla quale collaboravano Andrea d'Arienzo e Vincenzo Procida. 

Nel 1950 si trasferì definitivamente a Firenze, dove ebbe modo di frequentare, tra gli altri, il pittore Ottone Rosai, l'architetto Michelucci, il poeta Mario Luzi, lo scrittore Lombardo Radice e i giovani artisti che, in quell’anno, stavano dando vita al gruppo dell’Astrattismo Classico, nonché di ritrovare il pittore Michelangelo Conti, conosciuto a Vietri a metà degli anni trenta quando questi era intento alla decorazione dell’abside della chiesa di Bagnoli. Dalla metà del decennio Gambone iniziò a sperimentare il grès e ad occuparsi di grafica: dapprima la xilografia su legno, successivamente su linoleum, indagata su piccole dimensioni e segnata da impianti postcubisti, con figure spigolose. Approdando, dal 1956, al monotipo, interesse che l’accompagnò sino agli ultimi anni di vita.

© MondoSigi

 

 

 

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mercoledì, 29 agosto 2007

ENZO CENTORE TRA I MAESTRI DEL COLORE (AL MATRIMONIO DELLA FIGLIA)

 

 Enzo Centore è un apprezzato ostetrico-ginecologo, primario ospedaliero. Che quando non adopera le mani per portare alla luce dei bimbi, le usa con altrettanta maestria, lavorando con colori e pennelli, per dare sfogo alla sua passione per la pittura. Certo, una passione istintiva, essendo egli autodidatta, che trova sfogo la domenica e nei giorni che gli lasciano liberi gli impegni professionali. E’ una pittura semplice, la sua, che fa leva più sulla fantasia che sulla realtà, a meno che non lo porti a confrontarsi con i paesaggi della Costiera, che ha sempre sotto gli occhi e conosce a memoria. Tra gli artisti ai quali s’ispira, è lui stesso a dichiararlo, c’è De Rocchi. Ma Centore mette sulla tavolozza colori molto tenui, trasparenti, quasi impalpabili: verde variegato, giallo ovattato, rosa sfumato. Come se non volesse fare violenza alla natura.

A Maiori, il medico-pittore è di casa non solo perché ci abita per buona parte dell’anno, ma perché è conosciuto, benvoluto e stimato da tutti. “E’ come il tre di denari nel gioco del tressette” sussurra qualche amico, abituale frequentatore del Rosy bar, al corso Reginna. Proprio su una panchina di questa che è la strada principale del paese, ed anche il cuore delle varie attività economico-commerciali, Centore ha dimenticato una mattina un sacchetto con alcuni piatti di ceramica che aveva appena dipinti. Quando se n’è ricordato, non li ha più trovati. Certo, s’è dispiaciuto, ma non più di tanto, pensando che chi li ha portati via li conserverà esposti alle pareti della propria abitazione.

Ora Centore è tutto preso dal matrimonio di una figliuola, in programma il 3 settembre. Ha preparato con cura le bomboniere, che sono – facile intuirlo – suoi quadretti. Un originale e simpatico “cadeau”: lo apprezzeranno soprattutto gli invitati venuti da oltre Atlantico. Almerinda, la figlia, brillante avvocatessa, esercita la professione a New York. Anche lo sposo, George Sitaras, americano, svolge l’attività forense nella Grande Mela. Pronunceranno il loro fatidico “sì” nel duomo di Ravello. Si abbiano, già da ora, le più vive felicitazioni e i migliori auguri, che di cuore estendo al dottore Centore e consorte, la professoressa Teresa Atonna, e a tutti i parenti. Al rito nuziale farà seguito un fastoso ricevimento in uno degli alberghi  più “in” della costiera, lo splendido Villa Eva, sulla strada che porta a Cimbrone. I tavoli ai quali si accomoderanno gli ospiti saranno tutti contrassegnati dai nomi di grandi maestri della pittura. Uno di essi, però - e quale, se non quello degli sposi? -, recherà il nome di Enzo Centore, come gesto di omaggio al suo amore per l’arte.

MondoSigi

 

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mercoledì, 29 agosto 2007

LA RESPONSABILITA' DEI PROPRIETARI NEGLI INCENDI BOSCHIVI

La Costiera brucia (per tutta la giornata a Maiori i canadair hanno sfrecciato in rapida successione sulla mia testa: era come  stare a Malpensa), bruciano l’intera provincia di Salerno, la Campania, il Meridione. La Costiera brucia, quello che retoricamente viene definito “patrimonio dell’umanità” se ne sta andando maledettamente in fumo. Le cronache hanno riportato la notizia dell’arresto di un piromane (meglio, presunto tale). Gli hanno trovato in macchina un accendino e un pacchetto di fiammiferi. Il primo paragone che m'è venuto alla mente è col bambino che voleva svuotare il mare col guscio di una noce. Siamo proprio convinti che basti un fiammifero per scatenare l’inferno)? O ci sono tecniche più... sofisticate?

Sul Corriere della sera di lunedì, rispondendo a una lettera, Sergio Romano osservava che “sulle cause del fenomeno abbiamo ancora poche analisi e molte impressioni o emozioni”. Ma mentre il medico pensa, lo dicevano i nostri antenati, il malato muore. E qui in pericolo, col paesaggio, con l’ambiente, è la nostra stessa sopravvivenza. Che Dio ci aiuti quando verranno le prime piogge.

Tra le ipotesi fatte da Sergio Romano (l’autocombustione, il mozzicone di sigaretta gettato nell’erba, lo specchio rotto colpito dai raggi del sole, ecc.) ne prendo in considerazione una: “il sottobosco, ormai sistematicamente trascurato”, che è diventato “un barile di polvere”. Perché proprio di questo s'è discusso la sera del 1° agosto, a Conca dei Marini, nell’ambito dell’iniziativa “Conca porte aperte: cultura, arte, tradizioni, spettacolo”, curata da Marisa Criscuolo. I media non vi hanno fatto troppo caso, forse per carenza di comunicazione. Il dibattito, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Matilde Romito, direttrice dei musei provinciali, Nicola Bartoli, presidente della sezione civile della Corte di Appello di Salerno, Luigi Criscuolo, sindaco di Conca dei Marini, ha avuto due protagonisti eccellenti: Michelangelo Russo, magistrato, che è consigliere giuridico del ministro dell’ambiente  Alfonso Pecoraro Scanio, e  Costantino Montesanto, noto e brillante avvocato di Cetara, i quali si sono confrontati sul tema “Emergenza incendi, responsabilità e risarcibilità”.

Russo ha presentato un quadro dei risultati investigativo-repressivi allarmante: degli oltre trentasettemila incendi denunciati negli ultimi sei anni (compresi quelli colposi) è stato possibile risalire al nominativo del colpevole soltanto per 2.470 di essi (in massima parte colposi). Ma, ecco la sorpresa, solo in ventotto casi si trattava di veri e propri piromani. Irrisorio è il numero dei processi in cui lo Stato si è costituito parte civile per ottenere la condanna dei responsabili al risarcimento dei gravissimi danni all’ambiente ed al rimborso delle ingenti spese sostenute nelle operazioni di spegnimento.

Mi  sembra particolarmente d’attualità l’intervento svolto dall’avvocato Montesanto, che aveva per argomento la “responsabilità custodiale del proprietario del bosco”.

Ne riporto qui una sintesi (chiedendo scusa all'autore per la... invasione di campo) al solo scopo di proporla  all’attenzione  della opinione pubblica e delle stesse istituzioni interessate.

 

LA RESPONSABILITA’ CUSTODIALE

DEL PROPRIETARIO DEL BOSCO

 

Con la crisi dell’agricoltura e delle attività connesse – tra cui la produzione e il commercio di carbone vegetale, nonché di pali, pertiche e frascame per l’impianto e la copertura dei limoneti – da oltre quanrant’anni i boschi della Costiera Amalfitana sono divenuti per i proprietari degli inutili fardelli, del tutto improduttivi, di cui è impossibile perfino liberarsi perché nessuno sarebbe disposto ad acquistarli. Privi delle indispensabili opere conservative e manutentive (taglio periodico e selettivo dei tronchi con conservazione delle matrici necessarie alla loro riproduzione, sfoltimento del frascame, pulizia del sottobosco e dei sentieri), i boschi della Costiera sono ormai una giungla inaccessibile – dominio incontrastato di pastori, taglialegna abusivi e cacciatori di cinghiali – dove ciascuno fa quel che gli pare, taglia, danneggia e porta via quel che gli serve senza osservare alcuna regola e cautela: anche perché all’inerzia dei proprietari fa eco l’inefficacia della vigilanza e del controllo pubblico, minati dallo smembramento delle competenze tra il Corpo delle Guardie Forestali e la Comunità Montana. Grovigli inestricabili di vegetazione spontanea, tronchi semicarbonizzati, rami secchi, accumuli di fogliame, rovi, arbusti e sterpaglie fanno dei boschi della Costiera delle vere e proprie bombe incendiarie, destinate a divampare alla minima sollecitazione.

Sul piano delle responsabilità dei danni provocati dagli incendi, i cui autori materiali rimangono quasi sempre ignoti, i proprietari dei boschi sono stati finora lasciati indenni da pretese risarcitorie, essendo invalsa l’idea che l’incendio doloso a opera di terzi integri di per sé un fatto sicuramente straordinario ed inevitabile (caso fortuito). Ma già da tempo la Corte di Cassazione Civile ha avuto modo di puntualizzare che il proprietario del bosco incendiato è esentato dalla responsabilità custodiale (art. 2051 cod. civ.) soltanto qualora l’incendiario venga conceretamente individuato, non anche quando un’azione dolosa sia soltanto supposta: infatti, in quest’ultimo caso, la presunzione legale di responsabilità del proprietario tenuto alla custodia non può essere superata da una semplice ipotesi di responsabilità di terzo non identificato (cfr.: Cass. Civ., sez. III, 16 marzo 2003, n. 9619; Cass. Civ., sez. III, 25 settembre 1997, n. 9404). Ma a dover maggiormente preoccupare i proprietari dei boschi soggetti ad incendi è la permanenza, comunque, a loro carico di una responsabilità autonoma, concorrente e solidale tutte le volte in cui lo stato e le condizioni del bosco abbiano contribuito ad “alimentare consistentemente l’incendio, così conferendogli in via aggiuntiva un dinamismo di sviluppo che ne abbia facilitato la propagazione”, come nei casi di mancata rimozione delle sterpaglie e di assenza dei solchi tagliafuoco (cfr.: Cass. Civ., sez. III, 18 giugno 1999, n. 6121): a maggior ragione quando non si è in presenza di singole inadempienze dei doveri custodiali, bensì di uno stato di generale abbandono. In simili casi, peraltro, la responsabilità non ricade soltanto sul proprietario del bosco da cui l’incendio ha avuto origine, ma si estende anche solidalmente ai proprietari dei fondi intermedi attraversati dal fuoco, qualora le condizioni di questi abbiano conferito all’incendio un dinamismo aggiuntivo e ne abbiano sviluppato l’intensità e la capacità di propagazione (cfr.: Cass. Civ., n. 61121/99, cit.). In conclusione, specialmente all’indomani dei tragici fatti di Puglia (morte di persone, danni a case ed a strutture produttive), per i proprietari dei boschi abbandonati non si annunciano sonni tranquilli, anche in considerazione dell’ulteriore profilo di responsabilità custodiale per danni a persone e cose da frane e smottamenti conseguenti all’incendio.

Ben al di là dei profili di responsabilità privatistico-patrimoniale appena trattati, sul piano politico non può non tenersi conto, da un lato, dell’evidente interesse pubblico – sul piano paesaggistico e su quello della salvaguardia dell’equilibrio idrogeologico – al mantenimento del patrimonio boschivo in Costiera; dall’altro, dell’antieconomicità degli indispensabili interventi di risanamento e di manutenzione a cura e spese dei proprietari, che in alcuni casi non sarebbero neppure in condizione di affrontare l’enorme costo del risanamento. Sarebbe, pertanto, quanto mai opportuno che gli Enti e le Amministrazioni competenti predisponessero ed incoraggiassero efficaci “uscite di sicurezza” per i proprietari: come la cessione, definitiva o temporanea (a lungo termine), agli stessi Enti o a cooperative di lavoro. Sarebbero iniziative dal costo sicuramente inferiore all’ammontare dei gravissimi danni prodotti dagli incendi ed ai costi degli interventi di spegnimento.

© Costantino Montesanto

Avvocato, Patrocinante in Cassazione

 

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sabato, 25 agosto 2007

MONS. ANDREA CESARANO, L'AMICO DI PAPA RONCALLI

Mons. Andrea Cesarano, Mons. Angelo Rossini, Mons. Mario Di Lieto, sindaco Francesco Amodio, Mons. Cesario DIn una vecchia foto, scattata sul finire degli anni cinquanta del secolo scorso nel salone di rappresentanza del Municipio di Amalfi, sono ritratti Mons. Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, Mons. Mario Di Lieto, vescovo di Ascoli Satriano e Cerignola, Mons. Cesario D’Amato, abate di S. Paolo fuori le Mura a Roma, tre presuli originari della Costiera, insieme con l’arcivescovo di Amalfi Mons. Angelo Rossini (il secondo da sinistra) e il sindaco Francesco Amodio. La figura di Mons. Cesarano, per la barba fluente che gli arricchisce il volto, richiama quella di un patriarca della Chiesa ortodossa. E non senza motivo. Egli, infatti, dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 19 marzo 1904, e la successiva nomina a canonico della Cattedrale di Amalfi, partì per Costantinopoli al seguito di Mons. Angelo Maria Dolci,  arcivescovo di Amalfi dal 1911 al 1914, del quale era segretario, promosso Delegato apostolico della Santa Sede in Turchia. Vi rimase  diciannove anni in Turchia come Vicario Generale di Mons.Dolci. Quando questi fu nominato cardinale, il nuovo delegato apostolico,  da Mons. Margotti , lo confermò nel delicato incarico. In un contesto oltremodo difficile, Mons. Cesarano dimostrò tutte le sue capacità di mediazione. “La sua opera nella capitale dell’Impero Ottomano, durante la prima guerra mondiale – si legge in un articolo pubblicato dall’Osservatore Romano il 18 gennaio 1970 (e ripreso dalla Rivista Ecclesiastica Amalfitana) –,  fu caratterizzata da una grande prudenza nei rapporti con ortodossi e musulmani e da un acuto intuito delle situazioni difficili, risolte nel pieno rispetto della coscienza dei vari credenti. Gli Armeni perseguitati trovarono in Mons. Cesarano un vero padre, come pure l’affermazione dignitosa della libertà delle scuole cattoliche ebbe in lui l’assertore fermo e deciso di fronte a certe leggi dei nuovi responsabili della politica governativa”. Nel 1919 si adoperò, insieme con Mons. Dolci, per far erigere a Costantinopoli il monumento a Papa Benedetto XV, in riconoscimento dell’azione svolta a favore dei popoli d’Oriente: e fu “una significativa glorificazione del grande Pontefice, che nella tragedia della guerra mondiale aveva saputo con imparziale equilibrio operare per la pace”. La statua in bronzo, opera dello scultore Quattrini (il piedistallo è di Medici),  si trova nel cortile della Cattedrale dello Spirito Santo. Benedetto XVMons. Cesarano ebbe anche modo di conoscere mons. Roncalli, giunto in Bulgaria il 25 aprile 1925 come Visitatore e poi delegato apostolico. Fino a quando, il 24 novembre 1934,  assunse quello di Delegato apostolico in Turchia e Grecia.

Intanto, il 30 giugno 1931, Pio XI aveva nominato Mons. Cesarano arcivescovo di Manfredonia. La sua consacrazione episcopale avvenne a Costantinopoli il 15 agosto, nella Cattedrale dello Spirito Santo, proprio ad opera di Mons. Angelo Giuseppe Roncalli, venuto espressamente dalla Bulgaria. Poi, l’ingresso solenne nella diocesi pugliese su un cavallo bianco, nel rispetto della tradizione. Ma lì si era nel pieno della “tormenta” che aveva investito Padre Pio da Pietrelcina. Il 24 giugno del 1933 l’arcivescovo lo incontrò per la prima volta, portando “uno spiraglio di luce” nel biennio più tenebroso (1931-1933) della vita del frate, che Giovanni Paolo II ha poi elevato alla gloria dell’altare. “I santi – rileva Padre Bartolomeo Sorge – sono la risposta della Provvidenza alla crisi della Chiesa e dell’umanità. Non nascono mai per caso, ma ognuno di essi è latore di un messaggio da parte di Dio”. D’altronde, aggiunge, le incomprensioni e i duri interventi del Sant’Offizio nei confronti di Padre Pio “hanno fornito l’occasione migliore per dimostrare l’autenticità della santità e dei carismi del cappuccino”. A Manfredonia Mons. Cesarano rimase per trent’anni e in questo lungo arco di tempo favorì la creazione di ben 25 parrocchie (otto solo nella città capoluogo), fece riaprire il seminario, ordinò settanta sacerdoti, due dei quali sono divenuti vescovi. La sua opera non si limitò all’ambito ecclesiastico, ma contribuì notevolmente al progresso civile e culturale del territorio. A lui si deve l’apertura di numerose scuole di ogni ordine e grado, da quelle materne all’istituto magistrale, al liceo scientifico e classico. Per i meriti acquisiti nel campo dell’istruzione, della cultura e dell’arte, nel 1955 fu insignito di medaglia d’oro dal Ministero della Pubblica. Donò il terreno per la realizzazione di un Centro di riabilitazione per spastici, che porta il suo nome.

Già nel corso della seconda guerra mondiale l’arcivescovo si era impegnato incessantemente a favore della popolazione, come ricorda la motivazione della Medaglia d’argento al valor civile conferitagli: “Durante il periodo dell’occupazione tedesca di Manfredonia, dal 9 al 26 settembre 1943, sprezzante di ogni minaccia, ovunque amorosamente si prodigava e accorreva, ove fossero in pericolo vite umane. Sotto bombardamenti e mitragliamenti aerei, ponendosi anche a braccia aperte dinanzi ad una postazione di mitragliatrici pronta a far fuoco sulla folla, salvava numerose vite umane, aiutava fuggiaschi, riusciva ad impedire che si operassero distruzioni e rovine con conseguenti eventi sanguinosi. Mirabile esempio di abnegazione e di altissima virtù cristiana”.

Il 28 agosto del 1955 Mons. Cesarano invitò a Manfredonia il Cardinale Roncalli, Patriarca di Venezia, per l’incoronazione dell’antica immagine di Maria SS. di Siponto. Nell’omelia, il futuro Pontefice Giovanni XXIII, ora Beato, si soffermò sugli stretti rapporti intercorsi con l’arcivescovo: “Ritorno a Manfredonia dal 1932… – disse –. In questo lungo tratto di tempo trascorso, quanta tristezza si è distesa sulle anime, sulla povera vita umana in tutto il mondo! La barba del vostro venerato Arcivescovo, mio diletto amico e confratello, ha avuto il tempo di imbiancarsi...”. Secondo fonti attendibili, Roncalli, eletto Papa, gli propose la nomina a cardinale, ma egli vi rinunciò, forse per umiltà, forse a causa dell’età avanzata.

Nato a Pagani il 16 luglio 1880, Mons. Andrea Cesarano morì a ottantanove anni il 19 dicembre del 1969. La salma, rivestita dei paramenti episcopali dentro una bara coperta di cristallo, rimase esposta nella cattedrale di Manfredonia per ricevere l’omaggio dei fedeli. Ai funerali, svoltisi il 22 dicembre, intervenne una delegazione della città di Amalfi, con relativo gonfalone. “Chi si reca a Manfredonia – scrisse in quella circostanza Giosuè Fini sull’Osservatore Romano – può ammirare il monumento a Papa Giovanni XXIII e il ricco mosaico che ritrae la scena della incoronazione di Maria SS. di Siponto. I volti dei due indimenticabili amici sembrano risplendere di tanta luce davanti all’immagine della Vergine”.

© Sigismondo Nastri

 

 

 

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giovedì, 23 agosto 2007

BERTOLASO E... GLI INCENDI

Sere fa, a Maiori, Guido Bertolaso, che per la sua attività a capo della Protezione Civile  è tra i vincitori del Premio "Una campana per la pace", promosso dall'Azienda di soggiorno e turismo,  ha dichiarato, non senza soddisfazione, che si è riusciti a porre fine al grave fenomeno degli incendi boschivi in Sicilia e all'Argentario.

Quello che è successo dopo nel messinese (non solo: anche sulla costa cilentana c'è stato l'inferno) lo ha smentito clamorosamente, dimostrando il fallimento delle strategie di prevenzione sin qui adottate.

Diceva bene mia nonna che non bisogna farsi debiti con la bocca...

Io ho ascoltato con attenzione Bertolaso, che non ha voluto affrontare alla radice il problema, tanto vero che ha risposto solo in parte agli interrogativi  sottopostigli dal rappresentante locale del Wwf, l'amico Gioacchino Di Martino.

La domanda, che qui gli ripropongo, è sempre la stessa: Chi, e perché, dà fuoco ai boschi?

Intanto sono rimasto allibito, oggi, a sentire certe affermazioni del Comandante regionale della Guardia Forestale (Tg3 Campania delle ore 14).

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mercoledì, 22 agosto 2007

ALCUNE RIFLESSIONI SULLA TRAGEDIA DI CONCA DEI MARINI

Qualcuno mi ha chiesto perché in questo spazio non mi sono occupato della tragedia che s’è consumata sabato scorso a Conca dei Marini, dove il cedimento di una terrazza – una struttura precaria, in legno, realizzata sulla scogliera – ha portato al ferimento di un gruppo di persone, una delle quali è deceduta subito dopo il ricovero in ospedale. Certo, ho seguito con attenzione (e con angoscia, con grande partecipazione al dolore delle famiglie colpite) i servizi mandati in onda dalle varie reti televisive e quelli pubblicati sui giornali. Dico solo che c’è voluto il morto per far prendere coscienza di quanto sia grave ed esteso l’abusivismo (quello che utilizza il cemento, non certo tavole e pali di legno) su questo territorio, di come esso subisca continue modificazioni. Che sono sotto gli occhi di tutti. Eppure nessuno si accorge delle tante paratie (reti, frasche, pagliarelle ecc.) che celano l’attività frenetica di improvvisati cantieri edili. I sequestri arrivano di solito a misfatto compiuto. Non si potrebbe intervenire prima?

Certo, c’è stato l’abbattimento del Fuenti. Ma quanti altri “mostri” l’hanno fatta franca? Invito a consultare un vecchio numero de “La voce della Campania”. Oppure a compiere una traversata per mare da Salerno a Positano.

Mi sorprende lo stupore manifestato, dopo la disgrazia di Conca, da qualche sindaco. O da qualche amministratore regionale. O addirittura da qualche politico con responsabilità di governo. Non faccio commenti. Noto solo che davanti agli occhi mi sono passate all’improvviso alcune immagini: le tre scimmie - quella  che non vede, quella che non sente, quella che non parla – e un abitante tipico del presepio, il pastore della meraviglia.

L’abusivismo, la speculazione edilizia, il saccheggio del territorio non sono nati ieri: le denunce sui giornali (una rassegna stampa infinita) non hanno mai prodotto risultati. Una volta se ne occupò diffusamente un inserto de “l’Europeo” dal titolo “Il malpaese”. Sarebbe interessante, e illuminante, conoscere quanti personaggi, che hanno – o hanno avuto (ci vorrebbe una ricerca… storica) - incarichi pubblici, o loro familiari, son dovuti ricorrere al condono edilizio.

Nel 1909 ad Amalfi un’ordinanza di abbattimento di un fabbricato abusivo provocò addirittura un delitto, e a farne le spese fu l’assessore che aveva firmato il provvedimento. All’epoca, però, queste ordinanze non erano destinate a rimanere sulla carta, come oggi avviene.

Ora si intensificheranno i controlli per un po’ di giorni, poi tutto tornerà come prima. O no?

 

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domenica, 19 agosto 2007

A MINORI LA MOSTRA DI VINCENZO RUOCCO E MARCO FUSCO

Terzo (penultimo) appuntamento a Minori con la terza edizione degli incontri di arte contemporanea Apert07 diretti da Massimo Bignardi, e coordinati da FSC, fabbrica sviluppi creativi, negli spazi del Fës Show Room.  S’inaugura stasera, 18 agosto, alle ore 19 (e resterà aperta fino al 18 settembre), la mostra delle ceramiche di Vincenzo Ruocco e Marco Fusco, entrambi minoresi, dal titolo “Immagini sciolte negli smalti”.

Il tema scelto dagli organizzatori per questa edizione della manifestazione, articolata da quattro  mostre personali, è l’ immagine: dalla fotografia alla pittura, dal segno della penna, dell’inchiostro e della matita all’evocazione di figure racchiuse nella sintesi del decoro, proprio della ceramica.

In questo caso, sono un pittore (Ruocco) e un ceramista (Fusco) ad incontrarsi  sul filo ambiguo che sottende l'immagine: la superficie diviene campo di ricerca del linguaggio pittorico, ora dilatandosi in gesti e segni animati da un'estrema libertà, ora trattenendo la forma nella sintesi espressiva del decoro. Vincenzo Ruocco riprende la sua pittura di figura, anche se posta in un rinnovato registro d'impronta simbolista, ove i volti, i corpi acquistano una rilevanza narrativa. Marco Fusco, a sua volta, traduce in design le atmosfere indagate dalla pittura di Ruocco: lo fa riportando il segno e la forma a cifra decorativa, insomma ad immagine che apre lo sguardo sul mondo delle cose, della vita quotidiana. In esposizione oltre trenta opere realizzate negli ultimi due anni e, in parte, già presentate nei mesi scorsi al Museo Città Creativa di Rufoli, a Salerno.

MondoSigi

 

 

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giovedì, 16 agosto 2007

LA FESTA DELL'ASSUNTA A MAIORI

Madonna, che folla ieri a Maiori! Sul corso Reginna, quando s'è affacciata la processione (ripresa dai maxischermo e da una emittente tv: una signora si è fatta male inciampando nei fili sparsi per terra), veniva a mancare il respiro. La folla era tanta e la ressa incredibile. Quanto interessata all'aspetto sacro dell'avvenimento è tutto da dimostrare. Appena la statua di Santa Maria a Mare mi è passata davanti, compiuto un doveroso  gesto di ossequio, ho deciso di tornarmene a casa. Non si poteva rimanere in quel formicaio.

Rispetto alla tradizione, segnalo (asetticamente: non sono né pro né contro) la mancanza di bancarelle (di solito concentrate nella parte alta del paese: torronari ecc.), a parte qualche venditore di pannocchie cotte, e lo spostamento del palco per l'orchestra dalla piazza D'Amato al centro del corso, che ha creato una sorta di muro di Berlino in pieno centro.  Di qua (a sud) la festa, dall'altro lato (a monte) lo squallore più assoluto. Alquanto sobrie, ma non per questo meno sfarzose, le luminarie che hanno adottato, quest'anno, i colori giallo e blu/verde.

Io non contesto le feste patronali, ma vorrei che i due aspetti, quello religioso e quello cosiddetto civile, rimanessero ben distinti. Lo scrissi già una volta, alcuni anni fa, raccontandone una  che definii di stile hollywoodiano, e per poco non fui preso a sberle. Lo ripeto qui, ancora una volta.

Faccio un esempio: non mi sembra... ortodosso che, come omaggio alla Madonna, si canti l’Ave Maria di Schubert,  se la Chiesa continua a considerarla  “aliturgica” (tanto che si incontra resistenza a farla eseguire nei matrimoni). Eppure è capitato, quando la statua dell’Assunta s'è affacciata in piazza D’Amato. E gli applausi, scioscianti, non sono stati per quella venerata immagine, ma per il cantante che si esibiva sul palco.  Al ritorno, invece, è stata accolta dalle note, e dalle trombe, trionfali quanto irriverenti, dell'Aida di Verdi.

Ho saputo che, al termine della messa pontificale delle ore 10,  il  celebrante ha cantato Ave Maris Stella, antico inno gregoriano, adattandolo alla musica di Torna a Surriento. La prossima volta, mi vien da pensare, toccherà a Lazzarella oppure a Maruzzella.

Non mi è piaciuto neppure (se è vero ciò che mi è stato riferito)  che, al rientro della processione in Collegiata, qualcuno (non un semplice fedele!), rompendo le righe, sia andato a godersi da un terrazzo la scena della "corsa" della statua lungo la ripida scalinata che porta alla chiesa.

Lo spettacolo pirotecnico, non male, ma neppure eccelso, è durato venti minuti (dalle 22,36 alle 22,56) ed è stato disturbato dall'assenza di vento che ha concentrato, sul luogo dello sparo, una densa nuvola di fumo. Il nostro presule, mi è stato detto, che lo ha osservato attentamente dal terrazzo della Collegiata, è andato dopo a verificare se fosse più bello quello di Positano, dove s'è sparato a mezzanotte.

La serata si è conclusa col concerto della banda "Città di Bari". Io intanto, al fresco del mio terrazzo, mi stavo deliziando a mangiare un panino farcito con ottima mèveza 'mbuttunata (ved. ricetta) seguito da una ricca porzione di mulignana c' 'a ciucculata (idem):  nel rigoroso rispetto delle tradizioni e dei costumi locali.

Oggi, 16 agosto, san Rocco, il ferragosto maiorese avrà un codicillo. Con la processione alle ore 19, quindi il concerto di  Paolo Belli, accompagnato dalla sua orchestra, a partire dalle ore 22, e per finire uno spettacolo di scherzi pirotecnici alle ore 23,30.

Buon divertimento.

© MondoSigi

 

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mercoledì, 15 agosto 2007

BUON FERRAGOSTO

Oggi, 15 agosto,  è festa grande a Maiori. Speriamo che sia un giorno di festa anche per i piromani, nel senso che si godano la festa e ci lascino in pace, dopo i tanti guasti che hanno già fatto. Ieri, passando in auto per Capo d'Orso, si sentiva ancora puzza di bruciato. E veniva a piangere vedendo la montagna ridotta in quello stato.

Auguri di buon ferragosto agli amici e ai tanti "visitatori" di questo blog senza pretese, che serve all'autore per manifestare le sue emozioni, trasmettere i suoi ricordi, raccontarsi e raccontare, se ci riesce, la storia (quella minuta, che si veste di quotidianità) della Costa d'Amalfi.

MondoSigi

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domenica, 12 agosto 2007

IL BLOG DI CLEMENTE MASTELLA

Stimolato da una notizia letta ieri sul Corriere della sera (le "offese online",  un rischio sempre in agguato sulla rete), sono andato a curiosare nel blog del ministro Clemente Mastella. Vi ho trovato spunti d’interesse notevoli. Ho apprezzato la sincerità di Mastella nel raccontarsi e nel raccontare. Specialmente quando scrive: “Non ho aperto questo spazio per parlare da ministro. E a dire il vero neanche da senatore. […] Volevo misurarmi con questo mondo e parlare anche di altro: del traffico, del costo della vita, dei problemi del lavoro, delle molte contraddizioni della società, dei problemi che vi assillano e che non arrivano dentro i palazzi. Insomma di politica certo, e sempre, perchè è impossibile affrontare alcuna questione senza questo denominatore comune, ma in senso più generale”.

In una società che vede sempre più allontanarsi la gente dalle istituzioni, e la politica divenire sempre più estranea alla realtà del paese (se non per le stangate che piovono sulle famiglie, per le difficoltà occupazionali dei giovani), il fatto che un leader di partito, e membro autorevole del governo, decida di attivare un dialogo attraverso il web (lo strumento di comunicazione, oggi, più efficace) mi sembra un fatto positivo e meritorio. A patto che questo discorso non resti  fine a se stesso. Mi auguro che serva  a mettere a fuoco problemi veri, concreti, attuali, in modo che chi può (Mastella, ovvio) se ne faccia poi carico, in sede parlamentare e nell’esecutivo. Altrimenti il blog si caratterizzerà come uno strumento puramente accademico.

Sigismondo Nastri

 

 

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