A PROPOSITO DEL “MUSEO” INAUGURATO A MAIORI. VOGLIAMO RIPRENDERE IL DISCORSO SULLA TUTELA DEL LIMONE DELLA COSTIERA?
Prendendo spunto dalla inaugurazione di un “ecomuseo” a Maiori, dedicato al nostro frutto di maggior pregio, il limone, Gigino de Stefano mi ha fatto avere (e gliene sono molto grato) il testo di una sua relazione, datata 1° settembre 1991, svolta in occasione di un convegno tenutosi a Minori. La pubblico qui integralmente, invitando a leggerla dalla prima all’ultima riga. E’ un documento importante perché tocca la storia, l’economia, la tutela del paesaggio e perché affronta problematiche che, a distanza di quasi vent’anni, rimangono ancora attuali. Certo, nel frattempo è venuta l’IGP (indicazione geografica protetta), è scoppiato il boom del limoncello. Ma quanto questo sia servito e serva a salvare le nostre coltivazioni è da dimostrare. Intanto mi chiedo, e lo chiedo agli esperti: rispetto alla produzione complessiva di limoni sul territorio qual è la percentuale di “sfusato”? Mi torna insistentemente nella mente la vicenda del convento di santa Chiara dove, “dopp’arrubbato, mettèttero ‘e porte ‘e fierro”.
Caro Sigismondo,
ho letto con particolare interesse quanto hai scritto a proposito della realizzazione, a Maiori, di un “Museo del limone”. Mi trovi perfettamente d’accordo anche perché l’argomento è stato oggetto di tanti nostri interventi su giornali e periodici a tiratura nazionale e locale. Voglio solo ricordare che il problema limone esplose, con vigore, nell’immediato dopoguerra. L’onorevole Francesco Amodio, allora sindaco di Amalfi, tentò di arginarlo rendendosi promotore di un consorzio tra i produttori la cui costituzione, nonostante fosse stata già approvata nel corso di un’affollata assemblea, venne ostacolata dagli stessi organismi sindacali o parasindacali della categoria. Il primo settembre 1991, per iniziativa della Pro Loco di Minori presieduta dal solerte avvocato Pasquale Rocco, si tenne un interessante convegno sulla “Tutela e la salvaguardia del limone della Costiera ed anche io fui invitato a svolgere una relazione. Ho trovato la predetta relazione tra le mie carte e mi piace inviartela perché ne possa fare l’uso che credi.
Cordialmente, Gigino
‘E LLIMONNE
E me porto nu piénnolo ‘e limone
mo che lasso Minore
e metto a’ casa mia, for’ ‘o balcone,
stu frutto prelibato ‘e sta Costiera
che parla ‘e sciure e parla ‘e primavera.
Frutto che s’ha arrubato
ll’aria ‘e stu mare, ‘e ragge ‘e chistu sole
e s’è annascuso sott’ ‘o pergulato
- nu pergolato fatto ‘e fronne e stole –
pe mise e mise
pe fa cchiù ricco e bello nu tesoro
che fa schiuppà sti melluncielle d’oro.
‘A quanto tempo accatte stiliamone…
‘a quanno cca arrivaie
A vint’anne p’ ‘e bagne, na stagione
E nu piénnolo a’ casa me purtaie.
…..
E me porto nu piénnolo ‘e limone
che a ttavola nu bello quadro pare
e me parla ‘e quann’ i’ ero guaglione
‘e tramonte, ‘e frescura, ‘e sole, ‘e mare!
L’immagine lirica è di Ettore De Mura che, oltre ad essere uno dei grandi poeti dialettali napoletani, è stato pure un appassionato studioso della cultura e delle tradizioni di cui mena vanto il popolo campano.
Ed è l’immagine di un paese al quale era tanto affezionato, di una terra piena di risorse, di un mosaico di luoghi dove le “onde si incontrano alle montagne”, dove gli orti sono diventati giardini, dove gli uomini hanno saputo mettersi d’accordo con la natura per anticipare a se stessi il paradiso.
L’immagine della Costiera Amalfitana, insomma, dei suoi limoni che hanno dato e danno tanto al paesaggio, delle ardite macere a secco, muri d’autore come sono state giustamente definite, che creano terrazze e pergolati in un insieme caratteristico ed eloquente che non ha l’eguale.
Di fronte a tanto spettacolo non c’è chi non si chiede da quando i limoni sono miracolo e patrimonio della Divina. La loro presenza è un po’ dappertutto, anzi entra nella storia, la costruisce per tanti aspetti, segna l’inizio e la fine di indirizzi produttivi secolari, di rapporti economici e commerciali, di presenze artistiche e culturali, di tutela del suolo, di salvaguardia del territorio, di protezione dell’ambiente.
La domanda, decisamente frequente ed insistente, non riesce a trovare, però, una risposta certa, una data precisa, un periodo di riferimento ben definito.
Si sa, comunque, che la coltivazione dei limoni sulla Costa è antichissima. Anzi, se si prendono come base le ricerche condotte dal prof. Domenico Casella, ordinario di arboricoltura presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, la si potrebbe fa risalire addirittura al primo secolo dopo Cristo. La dimostrazione viene dagli affreschi dell’epoca pompeiana che comprendono varie raffigurazioni di agrumi e, tra queste, quella di un frutto corrispondente al “femminiello sfusato” che è proprio il limone tipico della Costiera e che, ancora oggi, si continua a chiamare “sfusato amalfitano”.
Casella, infatti, nella sua pregevole raccolta di studi “La frutta nelle pitture pompeiane”, edita nel 1950 in occasione del secondo centenario degli Scavi di Pompei, in contrasto con quanti volevano che ai tempi della civiltà latina fosse noto e diffuso soltanto il cedro, confermava la sua convinzione che i pompeiani, nel 79 dopo Cristo, al momento cioè dell’eruzione dl Vesuvio, conoscessero pure i limoni le cui piante dovevano certamente essere presenti in Campania e, naturalmente, nelle zone temperate della Costiera Amalfitana e della Penisola Sorrentina.
Una prova è costituita dai festoni affrescati in molti fabbricati della Pompei dissepolta i quali la sciano intravedere foglie di limoni con una tale caratteristica di freschezza che sarebbe stato difficile dipingere in quel modo senza avere un modello appena colto dall’albero. Un’ipotesi che, l’anno successivo, ottenne una clamorosa conferma quando venne portata alla luce la “Casa del frutteto” caratterizzata da due cunicoli “con le pareti interamente dipinte di piante fruttifere tra cui due di limoni cariche di frutti”. Il professore Maturi illustrò tale scoperta concludendo: “appare indubbio come il limone citrino ovale ed umbonato (in altre parole il massese e l’amalfitano) era già trapiantato ed acclimatato in Campania sin dal primo secolo dopo Cristo.
Nel 1964, infine, nella Villa di Oplonti (a circa due kilometri e mezzo da Pompei) davanti ad ognuna delle trentotto colonne, che ne formano il peristilio, furono trovati un vaso grosso ed uno piccolo contenenti, rispettivamente, i resti di piante di limone e arbusti ornamentali. Un sistema di coltivazione, questo, che ne consentiva il trasferimento al coperto, durante la stagione invernale, affinché potessero avere riparo dal freddo e dalle intemperie.
Le notizie, appena accennate, potrebbero da sole indurci a pensare che l’arrivo dei limoni in Costiera, anche se con la semplice funzione di piante ornamentali, può essere collocata negli anni del primo secolo dell’era cristiana. Del resto, la vicinanza di Pompei e, soprattutto, la Villa Marittima Romana di Minori (edificata ai tempi di Augusto e ornata di affreschi, stucchi e mosaici che risalgono alla seconda metà del primo secolo dopo Cristo e che ricalcano lo stile pompeiano), ed, ancora, quelle di Positano, dell’isolotto del Gallo Lungo e di Tramonti, ci portano a considerare positivamente tale ipotesi anche perché l’area amalfitana poteva essere considerata l’oasi più naturale per l’acclimatazione, il rifugio e la conservazione di una pianta particolarmente sensibile al freddo.
Senza trascurare di considerare, con specifico interesse, le recenti opinioni (il prof. Paolo Peduto ne è un convinto sostenitore) secondo le quali i Romani non si servivano solo della via del mare per raggiungere la Costiera, ma pure della mulattiera che, dall’Agro Nocerino, saliva al Valico di Chiunzi. La scoperta di testimonianze romane a Tramonti (gli scavi appena iniziati dovranno confermarci o meno che si tratta di una Villa) e di altre ancora a Ravello (si dà quasi per certo che Villa Rufolo poggi su una costruzione romana) ne potrebbero dare la piena conferma.
Riandando indietro nei secoli, si sa che il “cedro-limone” era coltivato nel mondo ebraico dove aveva un valore anche sacrale. Si sa, inoltre, che tuttora gli Ebrei per la loro festa del Succoth utilizzano soltanto cedri nati da semi. E’ probabile quindi, che siano stati proprio gli Ebrei a portare in Italia questi semi per poterli utilizzare nei luoghi dove si andavano ad insediare. E, poiché la presenza degli Ebrei a Pompei nella seconda metà del primo secolo è ampiamente testimoniata, potrebbe spiegarsi anche la coltura del cedro-limone che va ad interessare i Romani per la sua caratteristica di pianta ornamentale.
Nel Giardino della Casa della nave, sempre a Pompei, lungo il muro perimetrale sono stati trovati, completamente interrati, 28 vasi di ceramica simili a quelli di Oplonti e, contestualmente, individuate tracce di tetti speciali che fanno pensare ad una vera e propria serra o, meglio ancora, al campo di lavoro di un vivaista.
Comunque, dopo il Settantanove e la distruzione di Pompei, i limoni continuarono a sopravvivere soprattutto nell’area sorrentino-amalfitana, grazie alla tecnica dell’innesto, ben conosciuta dai Romani, che consente di diffondere e riprodurre in purezza una varietà vegetale. E, guarda caso, l’innesto ad occhio, alla distanza di circa duemila anni, è tuttora quello largamente preferito per la proliferazione degli agrumi.
Nel IV secolo, Palladio parla di agrumi nei suoi possedimenti in Campania. Nel VI secolo la Scuola Medica Salernitana diffuse l’uso del cedro-limone a scopi terapeutici e ciò da maggiore conferma all’esistenza, in quel periodo, delle relative piante in Costiera Amalfitana.
Infine, quando nel 1002 Guaimaro principe di Saleno, mandò ambasciatori ad alcuni Principi normanni perché venissero a liberarlo dai Saraceni, oltre a postulare il loro aiuto, li attrasse con lauti omaggi di limoni, mandorle ed altra frutta.
La coltura del limone in Costiera, però, divenne veramente intensiva nel XIII secolo quando tutta l’agricoltura subì una decisa riconversione anche in conseguenza del sopraggiunto incremento demografico. Dice Gerardo Sangermano che Amalfi era una città di mercanti vignaioli, proprietari di una barca e di un pezzo di terra, con nomi di chiarissima provenienza contadina. E aggiunge, che l’attività produttiva agricola risultava circoscritta non solo alla vigna ma pure all’ulivo, agli agrumi ed, in generale, al frutteto. Pertanto, è sintomatico il fatto che Carlo D’Angiò, nel 1271, volendo armare ad Amalfi ed in Costiera alcune navi da guerra, ordinasse al Protontino della città di costringervi i marinai, non disposti ad imbarcarsi, con la minaccia della “distruzione delle case” e della “estirpazione delle viti”.
Di tale periodo il prof, Mario De Treppo ne da una immagine precisa. La grande novità del XIII secolo – egli afferma – fu l’introduzione di colture pregiate, costituite da frutteti, agrumeti, roseti, di cui non c’era poca traccia in precedenza o, comunque, di scarsa incidenza sui lineamenti del paesaggio agrario. Miracolo di tale trasformazione fu la larga applicazione del “contratto di pastinato” che diede una regola ai rapporti tra proprietario e conduttore e che, soprattutto, volle la messa a dimora di nuove piante e di nuove colture e che, in Costiera, diventò a lungo termine (e le ragioni sono fin troppo chiare) tacitamente confermabile da padre in figlio purché non si superassero le tre generazioni.
A tal proposito esiste una ricca documentazione fatta di atti, di cessioni, di passaggi, di vendite, di acquisti, che testimonia come le “terre vacue” dei secoli precedenti fossero diventate largamente produttive e di come i limoneti andassero largamente crescendo a ridosso di ogni paese. E, fu la conquista delle superfici scoscese – sta scritto nel pregevole lavoro “La Costiera Amalfitana tra consumo e tutela” curato dal prof. Carmine Conforti e edito recentemente dalla locale Sezione del W.W. F. – ottenuta mediante la creazione di ripiani orizzontali, che si dispongono a forma di gradoni lungo la linea di pendio, sostenuti da muri a secco ricavati direttamente dal pietrame del luogo. Un’opera ardita ed impegnativa cui si aggiunse un accurato sistema di canalizzazione e di protezione dei manufatti finalizzato – con una sapiente tecnica di sistemazione segnata dall’influenza del mondo arabo – ad assicurare il deflusso delle acque, a garantire l’irrigazione e prevenire gli smottamenti del terreno.
Insomma, la sistemazione a terrazze che, da sempre, ha costituito e costituisce una componente essenziale del territorio e che conferisce ai crinali degradanti sino al mare una immagine di grande effetto paesaggistico da indurre Boccaccio a descrivere la Costa d’Amalfi come “una delle più dilettevoli parti d’Italia piena di picciole città, di giardini e di fontane”.
E, l’agrumicoltura in particolare dovette essere certamente un’attività redditizia tanto più che, non solo, ripagava le spese ed il lavoro di sistemazione e di conduzione del fondo rustico ma consentiva, anche, a famiglie ben numerose di vivere e di mettere qualche soldo da parte. Oltretutto, si producevano limoni particolari, gli “sfusati amalfitani”, privilegiati dalla caratteristica esclusiva della forma, dalla pezzatura, medio grande, dal colore giallo-citrino, dalla buccia di spessore contenuto e poroso, dalla polpa ricca di molto sugo gradevolmente profumato, dalla presenza di pochissimi semi, dalle precipue proprietà curative ed alimentari.
Gli stranieri ebbero modo di conoscerli e di apprezzarli quando la Costa d’Amalfi, già situata per molto tempo ai margini del Grand Tour, venne finalmente “scoperta” nel XVIII secolo per diventare meta preferita di un numero sempre crescente di viaggiatori, di artisti, di poeti, di musicisti e, per dirlo con un termine moderno, di vacanzieri provenienti da ogni parte dell’Europa e del mondo. E, se arrivarono gli stranieri e rimasero entusiasti dei limoni nostrani ne scaturì, come conseguenza, l’avvio di rapporti commerciali con i loro Paesi perché si consolidasse una fornitura continua e privilegiata. L’Ottocento segnò il boom dell’esportazione dei “limoni gialli, che d’estate maturavano solo in Costiera” e che, attraverso le rotte del mare, raggiungevano specialmente l’Inghilterra, i Paesi nordici, l’America e, sino al 1917, finanche la Russia dove operava un agente fisso nella persona di Salvatore Conforti il quale, tra l’altro, aveva sposato una ragazza del luogo. I bastimenti venivano a fare il loro carico nella rada e si usava una confezione particolare, per difendere il frutto dagli eccessi della temperatura, costituita da sporte di castagno (se ne costruiscono ancora, pure se in ridotti esemplari, a Tramonti), paglia ed una copertura di iuta o, meglio, di tela-sacco come quella usata per i cereali.
E, sempre nell’Ottocento, si ebbero altre riconversioni agricole in collina ed altre trasformazioni di terre rimaste incolte (la domanda di limoni era diventata veramente imponente) con la costruzione di nuove terrazze dove a ridosso, come le precedenti, si poteva avere una striscia di bosco da cui ricavare il frascame per la copertura delle piante durante l’inverso.
Il resto è noto e non starò affatto a ricordarlo: La concorrenza che viene dai paesi meridionali e mediterranei, la produzione della Sicilia che tiene banco nei mercati americani, l’apertura di nuove frontiere dopo la fine della guerra, lo scomparire lento e costante di un’epoca che privilegiava i salotti e che manteneva abitudini secolari, gli eccessivi costi di produzione per l’assenza di strade poderali ed interpoderali, la mancanza di una forma di tutela attraverso il riconoscimento di una “denominazione tipica” protetta e controllata, hanno contribuito e contribuiscono a peggiorare la crisi che, con il passare degli anni, rischia di diventare effettivamente irreversibile.
Tanti limoneti, allora, hanno ceduto il posto a grossi fabbricati, altri sono stati trasformati in parcheggi, e parecchie “terrazze” in ambienti abusivi da far diventare civili abitazioni.
Ho voluto ricordare tutto questo (e ce ne sarebbe altro da aggiungere ma non è il caso di farlo) per ricomporre la memoria storica di una realtà che ci appartiene e che ha contribuito a fare la fortuna turistica della Costiera.
Una pagina di storia, forse o senza forse, dello steso valore di quella scritta dalla Repubblica Marinara di Amalfi.
Distruggere, oggi, tale patrimonio significherebbe distruggere un passato che esalta un poco tutti ma, al di là di ogni altra considerazione, significherebbe pregiudicare irrimediabilmente l’avvenire di una terra, benedetta da Dio, tanto ricca di risorse e di bellezze.
Il limone, in Costiera, è paesaggio, è una sudata conquista dell’uomo, è un bene naturale e culturale che appartiene al mondo intero. In Costiera, il limone è la Costiera.
Per questo va tutelato alla stessa maniera delle grandi opere d’arte che onorano la nostra Nazione. Altrimenti, diventerebbe una grossa vergogna per la Campania e per l’Italia.
Minori, 1 settembre 1991
© Luigi de Stefano