giovedì, 29 maggio 2008

RICORDO DI IGNAZIO LUCIBELLO, IL PITTORE DELLA LUCE

 

C’è un bel sito web dedicato a Ignazio Lucibello, “il pittore della luce”. Definizione, questa, che riproduce il titolo di un mio articolo pubblicato sul LUCIBELLO_IL_QUOTIDIANO_15_SET_1956“Quotidiano” nel lontano 1956. Dichiaravo allora (faccio fatica a leggerlo dal ritaglio – non troppo chiaro – che trovo sullo stesso sito) e lo riconfermo ora: “Ignazio Lucibello è un amalfitano dal cuore grande. Per questo è diventato pittore. Io sono certo – e gliene chiederò un giorno conferma – che i suoi primi passi nel regno del pennello furono frutto di un profondo amore verso la sua terra, creata da Dio così bella e incantevole. Perciò la sua tavolozza divenne un arcobaleno di colori, ove sono nascoste (in potenza) le luci intense del cielo di Amalfi, lo smeraldo di un mare che d’istante in istante si tinge d’innumerevoli sfumature cromatiche, ove sotto una crosta di carminio e una ‘punta’ di ocra si cela ‘l’anima’ del paesaggio…”.

“Pittore della luce”, e conseguentemente “di Amalfi”, egli lo era stato, da quando, ragazzo – vero talento naturale -, aveva cominciato ad armeggiare con tavolozza e pennelli, sotto lo sguardo amorevole, ma severo, di Pietro Scoppetta. Che fu il primo a sostenerlo e ad incoraggiarlo. Del maestro fu poi considerato l’unico vero erede artistico, tanto che il Comune gli assegnò persino quello che era stato il suo studio, in via Annunziatella.

IGNAZIO LUCIBELLO_AUTORITRATTO_PASTELLOIgnazio Lucibello (ved. autoritratto giovanile, pastello, 1929), figlio di Cherubino e di Adelaide Giordano, nacque ad Amalfi l’8 maggio 1904. Quando gli morì il padre – era un ragazzino - la madre lo condusse a Roma, dove risiedevano alcuni suoi familiari.  Nella capitale Ignazio frequentò  il liceo artistico. Quindi si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Napoli, seguendo i corsi di pittura di Vincenzo Volpe e quelli di storia dell’arte di Costanza Lorenzetti. Conseguito il diploma, e l’abilitazione all’insegnamento, fu professore di disegno e storia dell’arte presso l’Istituto per geometri di Salerno. Nel 1931 sposò l’amalfitana Filomena Esposito, da cui ebbe sette figli. Cherubino ne ha seguito le orme sul cammino dell’arte.

La prima personale di Ignazio Lucibello risale al 1925, a Caltanissetta. Nel 1927 espose alla Prima Mostra d’arte fra gli artisti del Salernitano, richiamando su di sé l’attenzione di Francesco Cangiullo. Nel 1929 una sua mostra, recensita da Angelo Di Salvio, fu allestita nella sede dell’Azienda di soggiorno e turismo di Amalfi. Nel 1930 vinse il concorso, bandito dalla Provincia, per un manifesto di propaganda turistica di Amalfi. Dall’8 al 18 dicembre 1930 espose a Benevento.  Nel 1932, su incarico del Comune di Amalfi, eseguì una pergamena per il Patriarca Latino di Gerusalemme, venuto in visita alla città. L’anno seguente fu invitato, insieme al maiorese Ulderico Forcellini, alla II Mostra d’arte di Salerno. Vi espose Pesci, Campanile di Amalfi, Spiaggia di Amalfi, Natura morta, insieme a due opere eseguite con pastelli colorati, Amalfitana (acquistato dalla Provincia) e Il Sapiente del Villaggio, e due prove di affresco, Il Santo pescatore e Scugnizzo.

In occasione di una mostra tenuta a Roma, nelle sale di palazzo Torlonia, dal 10 al 30 giugno 1933, Angelo Di Salvio, poeta e giornalista, ma principalmente uomo di elevata cultura,  scrisse: “Dell’unica e ineguagliabile bellezza del divino paese egli sa rendere e interpretare i più mutevoli aspetti: le marine, i poggi fioriti, le visioni panoramiche, gli angoli pittoreschi, le vecchie strade, le barche cullate sul mare lucido o riposanti sull’arena calda, il porto tranquillo, visti sotto gli effetti delle ore più diverse del giorno. Il sole, la luce: ecco ciò che può dirsi la chiave magica, il segreto dell’arte sua. I suoi quadri più belli sono appunto quelli eseguiti in piena luce…”.

Bagnanti (dis. di Ignazio Lucibello)INCAGLIATI MATTEO  (in una caricatura di Ignazio Lucibello)Ricordo ancora i disegni sul “Piccolo” di Roma, sul “Mattino”, sul “Mezzogiorno”, sulla “Tribuna”, negli anni venti, a corredo degli articoli di Ugo Fruscione, Cesare Afeltra, Angelo Di Salvio. E le belle illustrazioni in “Sirenide”, la rivista culturale fondata e diretta da Di Salvio (della quale però uscì un solo numero, nel gennaio del 1929).

Il podestà di Amalfi, Francesco Gargano, gli commissionò alcune opere per la propria residenza. Tra queste, una copia della Trasfigurazione di Raffaello, che lo tenne impegnato per due mesi a Roma presso la Pinacoteca Vaticana, e credo quella della Battaglia di Ostia, pure di Raffaello, conservata nelle Stanze Vaticane. Copiò, in scala, i dipinti del Morelli esposti nel salone di rappresentanza del Municipio e riprodotti in mosaico sulla facciata del duomo. Per il comm. Gargano realizzò, inoltre, due affreschi, ancora ben conservati a palazzo Castriota: Il discorso di Ruggiero il Normanno agli amalfitani e La presa di Gerusalemme.

Rita Di Lieto, che ha condotto una appassionata ricerca proprio sugli affreschi eseguiti da Lucibello, ne ha individuato alcuni, in parte deteriorati, nella chiesa di santa Marina a Pogerola. Un altro, che riproduce la statua della Madonna, scampata a un terribile nubifragio, è sotto la volta della chiesa del Rosario, nella Valle dei Mulini di Amalfi. Sua è, penso di non sbagliare, l’immagine dell’Assunta sul frontone della cappella del Crocifisso, lungo la strada che da Amalfi conduce ad Atrani.

Per il Comitato festeggiamenti patronali Lucibello eseguì la grande tela (il “panno”) revocatrice del miracolo di sant’Andrea apostolo, che il 27 giugno 1544, scatenando una violenta tempesta, salvò la città dall’attacco del corsaro Ariadeno Barbarossa.

IGNAZIO LUCIBELLO_FIGURA_IN_ROSSONel palazzo municipale di Amalfi è conservato un grande dipinto, Figura in rosso, vero trionfo di luce e colori, che mostra una giovane donna, in atteggiamento pensoso (è Gemma Cavaliere, che legò poi il suo nome a un famoso ristorante amalfitano), in primo piano, sullo sfondo del paesaggio più “classico” di Amalfi, quello racchiuso tra la torre dello Ziro e la torre dell’hotel Luna, con la montagna di Capo d’orso alle spalle.

“Allo scoppio della seconda guerra mondiale – ringrazio Rita Di Lieto per queste note biografiche – ad Ignazio Lucibello fu assegnato, col grado di tenente, il comando della postazione antiaerea di Anzio. Egli, che voleva sempre vicino a sé la famiglia, affittò una casetta sulla spiaggia e vi trasferì i suoi. Poi, quando gli anglo-americani sbarcati in Sicilia il 10 luglio 1943 cominciarono a risalire la penisola, intuendo che il litorale di Anzio, così vicino a Roma, potesse essere un posto pericoloso, li volle portare “nel cuore d’Italia” – come ricorda suo figlio Cherubino – a Cortona (Arezzo), dove risiedeva il cognato, Alberto Esposito, procuratore del Registro. Partirono in abiti estivi e recando con sé solo poche cose. All’arrivo per prima cosa dovettero pensare a rivestirsi per affrontare il clima ben diverso e poi l’inverno. Egli li sistemò e tornò ad Anzio”.

La situazione di caos seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943 lo indusse a lasciare Anzio per tornare a casa della madre, a Roma. Fece l’intero percorso a piedi. Dalla capitale, appena poté, raggiunse la famiglia a Cortona.

Il vescovo di quella diocesi, mons. Giuseppe Franciolini, lo aiutò, facendogli affrescare alcune chiese (san Cristoforo a Montecchio e sant’Agata a Cantilena, la cappella dell’Episcopio a Cortona, san Marco e san Luca a Poggioni, poi la chiesa parrocchiale di Monsigliolo, san Pietro a Dame). Lucibello rimase in quella città fino al 1954. Insegnò alla Scuola media e al Magistero della donna, diresse la scuola serale di disegno applicato alle arti. Partecipò attivamente alla vita culturale e artistica locale. Realizzò le scenografie delle commedie rappresentate al teatro “Signorelli”. Arricchì con le sue opere alcune importanti collezioni pubbliche e private.

Nel 1954 rientrò con la famiglia a Roma. Trascorreva, però, ogni anno il lungo I. LUCIBELLO_AMALFI, CATTEDRALEperiodo estivo ad Amalfi allestendo le sue personali nella sala interna del Gran Caffè, gestito da quell'autentico signore che era Dino Lucibello, peraltro suo parente.  Temi ricorrenti, spiagge assolate, stradine solitarie, angoli seducenti della divina Costiera. In occasione di una di queste, nel 1957, osservavo: “Lo si può vedere, d’estate, di buon mattino, in un angolo suggestivo, completamente preso dalla contemplazione dello spettacolo di un paesaggio ineguagliabile, ricavare dalla vasta gamma di colori di cui è ricca la sua tavolozza gl’intensi cobalti di un mare che si stende tranquillo sulle spiagge… omaggio di un artista alla terra che gli ha dato i natali”.

caricaturaLa mostra del 1955 gliela patrocinammo noi, corrispondenti di giornali, allora uniti nel "Gruppo amalfitano della stampa", ed egli volle ringraziarci eseguendo i nostri ritratti a penna (nell'ordine: Filippo Iovieno, Ferdinando Gambardella, io, Gigino de Stefano, Antonio Savo, Alfonso Iovane, Alfonso Di Salvio), che furono pubblicati da "Il Giornale".

Nel 1964 Lucibello fu premiato con la medaglia d’oro in occasione della rassegna nazionale delle arti figurative organizzata dalla rivista "Rinascita artistica" a Napoli.

Morì a Roma il 21 ottobre 1970. Di lui conservo, e l’ho molto caro, un ritratto a pastello, che volle affettuosamente donarmi, ma soprattutto la convinzione che egli, con tutto il rispetto per la proficua importante attività a Cortona, rimane “il pittore di Amalfi”:  di un ambiente e di un paesaggio, cioè,  che, nel momento in cui era intento a riportarli sulla tela,  non “vedeva” solo con gli occhi. Li “sentiva” con l’anima. E’ una sensazione del resto, che coincide con quella che colpì Angelo Di Salvio nel 1929: “L’origine che l’artista trae da Amalfi fissa quasi un principio, vorrei dire, costituisce quasi una pregiudiziale… Egli ha amato Amalfi, ne ha saputo indovinare e rivelare le migliori bellezze e dall’amore della sua terra ha tratto e derivato colore, luce, splendore, incantesimo…Tra l’armonia delle rappresentazioni e dei colori, delle espressioni e delle luci, si scopre il disegno perfetto che sa il lungo esercizio e la paziente costanza, tanto più ammirevole per chi conosce la via dura per la quale il nostro è pervenuto all’arte”.

Nel 1990, a vent’anni dalla scomparsa, la città di Cortona dedicò a Ignazio Lucibello una mostra retrospettiva (con relativo catalogo, Banca Popolare di Cortona) dal titolo “Una tavolozza per Cortona”, a cura del professore Nicola Caldarone. Amalfi lo ha ingiustamente dimenticato. Solo Massimo Bignardi gli ha riservato uno spazio significativo nel suo volume su “I pittori di Maiori”, edito a cura del Centro di cultura e storia amalfitana.

© Sigismondo Nastri

 

 

 

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mercoledì, 28 maggio 2008

L'OTTAVO CENTENARIO DELLA TRASLAZIONE DI SANT'ANDREA AD AMALFI, UN CONCORSO PER GLI STUDENTI DEL TERRITORIO

Le celebrazioni dell'ottavo centenario della traslazione del corpo di sant'Andrea apostolo ad Amalfi hanno mobilitato tutte le componenti della società amalfitana ed è senz'altro questo uno degli aspetti più importanti della iniziativa, "pilotata"  così bene da Enzo Colavolpe. L'altro giorno ho segnalato la realizzazione di uno spettacolo, da parte degli alunni del liceo scientifico e della scuola media, che sarà rappresentato il 29 giugno in piazza Duomo.

Non sapevo (forse per mia disattenzione) che gli istituti di istruzione erano stati coinvolti anche attraverso un concorso, promosso dall'Arcidiocesi. Me ne ha dato ora notizia  Enzo Alfieri a nome del comitato organizzatore. Lo ringrazio. Devo riconoscere che questo concorso ha  avuto successo se, alla fine, i lavori prodotti - artistici, letterari, audiovisivi - sono circa trecento. Essi saranno presentati ad Amalfi sabato 31 maggio, alle ore 10,00, nella sala "Ibsen" (ex cinema Odeon).

Il tema sul quale i giovani si son dovuti cimentare era, sì, quello dell'ottavo centenario del trasferimento delle sacre reliquie  da Costantinopoli alla nostra città, attribuendo però a questa rievocazione storico-religiosa uno scopo nobilissimo: quello di contribuire all'Unità della Chiesa e alla Pace nel mondo.  Scusate se è poco!

Alla cerimonia di sabato, nel corso della quale saranno proclamati i vincitori, interverranno, oltre alle autorità locali,          Luca Iannuzzi, dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale, e Padre Enzo Fortunato, responsabile della Sala Stampa del Sacro Convento di San Francesco d’Assisi.

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mercoledì, 28 maggio 2008

A PROPOSITO DEL “MUSEO” INAUGURATO A MAIORI. VOGLIAMO RIPRENDERE IL DISCORSO SULLA TUTELA DEL LIMONE DELLA COSTIERA?

 

Prendendo spunto dalla inaugurazione di un “ecomuseo” a Maiori, dedicato al nostro frutto di maggior pregio, il limone, Gigino de Stefano mi ha fatto avere (e gliene sono molto grato) il testo di una sua relazione, datata 1° settembre 1991, svolta in occasione di un convegno tenutosi a Minori. La pubblico qui integralmente, invitando a leggerla dalla prima all’ultima riga. E’ un documento importante perché tocca la storia, l’economia, la tutela del paesaggio e perché affronta problematiche che, a distanza di quasi vent’anni, rimangono ancora attuali. Certo, nel frattempo è venuta l’IGP (indicazione geografica protetta), è scoppiato il boom del limoncello. Ma quanto questo sia servito e serva a salvare le nostre coltivazioni è da dimostrare. Intanto mi chiedo, e lo chiedo agli esperti: rispetto alla produzione complessiva di limoni sul territorio qual è la percentuale di “sfusato”? Mi torna insistentemente nella mente la vicenda del convento di santa Chiara dove, “dopp’arrubbato, mettèttero ‘e porte ‘e fierro”.

 

 

Caro Sigismondo,

                             ho letto con particolare interesse quanto hai scritto a proposito della realizzazione, a Maiori, di un “Museo del limone”. Mi trovi perfettamente d’accordo anche perché l’argomento è stato oggetto di tanti nostri interventi su giornali e periodici a tiratura nazionale e locale. Voglio solo ricordare che il problema limone esplose, con vigore, nell’immediato dopoguerra. L’onorevole Francesco Amodio, allora sindaco di Amalfi, tentò di arginarlo rendendosi promotore di un consorzio tra i produttori la cui costituzione, nonostante fosse stata già approvata nel corso di un’affollata assemblea, venne ostacolata dagli stessi organismi sindacali o parasindacali della categoria. Il primo settembre 1991, per iniziativa della Pro Loco di Minori presieduta dal solerte avvocato Pasquale Rocco, si tenne un interessante convegno sulla “Tutela e la salvaguardia del limone della Costiera ed anche io fui invitato a svolgere una relazione. Ho trovato la predetta relazione tra le mie carte e mi piace inviartela perché ne possa fare l’uso che credi.

Cordialmente, Gigino 

                                            ‘E LLIMONNE

E me porto nu piénnolo ‘e limone

mo che lasso Minore

e metto a’ casa mia, for’ ‘o balcone,

stu frutto prelibato ‘e sta Costiera

che parla ‘e sciure e parla ‘e primavera.

 

Frutto che s’ha arrubato

ll’aria ‘e stu mare, ‘e ragge ‘e chistu sole

e s’è annascuso sott’ ‘o pergulato

- nu pergolato fatto ‘e fronne e stole –

pe mise e mise

pe fa cchiù ricco e bello nu tesoro

che fa schiuppà sti melluncielle d’oro.

 

‘A quanto tempo accatte stiliamone…

‘a quanno cca arrivaie

A vint’anne p’ ‘e bagne, na stagione

E nu piénnolo a’ casa me purtaie.

…..

E me porto nu piénnolo ‘e limone

che a ttavola nu bello quadro pare

e me parla ‘e quann’ i’ ero guaglione

‘e tramonte, ‘e frescura, ‘e sole, ‘e mare! 

 

L’immagine lirica è di Ettore De Mura che, oltre ad essere uno dei grandi poeti dialettali napoletani, è stato pure un appassionato studioso della cultura e delle tradizioni di cui mena vanto il popolo campano.

Ed è l’immagine di un paese al quale era tanto affezionato, di una terra piena di risorse, di un mosaico di luoghi dove le “onde si incontrano alle montagne”, dove gli orti sono diventati giardini, dove gli uomini hanno saputo mettersi d’accordo con la natura per anticipare a se stessi il paradiso.

L’immagine della Costiera Amalfitana, insomma, dei suoi limoni che hanno dato e danno tanto al paesaggio, delle ardite macere a secco, muri d’autore come sono state giustamente definite, che creano terrazze e pergolati in un insieme caratteristico ed eloquente che non ha l’eguale.

Di fronte a tanto spettacolo non c’è chi non si chiede da quando i limoni sono miracolo e patrimonio della Divina. La loro presenza è un po’ dappertutto, anzi entra nella storia, la costruisce per tanti aspetti, segna l’inizio e la fine di indirizzi produttivi secolari, di rapporti economici e commerciali, di presenze artistiche e culturali, di tutela del suolo, di salvaguardia del territorio, di protezione dell’ambiente.

La domanda, decisamente frequente ed insistente, non riesce a trovare, però, una risposta certa, una data precisa, un periodo di riferimento ben definito.

 Si sa, comunque, che la coltivazione dei limoni sulla Costa è antichissima. Anzi, se si prendono come base le ricerche condotte dal prof. Domenico Casella, ordinario di arboricoltura presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, la si potrebbe fa risalire addirittura al primo secolo dopo Cristo. La dimostrazione viene dagli affreschi dell’epoca pompeiana che comprendono varie raffigurazioni di agrumi e, tra queste, quella di un frutto corrispondente al “femminiello sfusato” che è proprio il limone tipico della Costiera e che, ancora oggi, si continua a chiamare “sfusato amalfitano”.

Casella, infatti, nella sua pregevole raccolta di studi “La frutta nelle pitture pompeiane”, edita nel 1950 in occasione del secondo centenario degli Scavi di Pompei, in contrasto con quanti volevano che ai tempi della civiltà latina fosse noto e diffuso soltanto il cedro, confermava la sua convinzione che i pompeiani, nel 79 dopo Cristo, al momento cioè dell’eruzione dl Vesuvio, conoscessero pure i limoni le cui piante dovevano certamente essere presenti in Campania e, naturalmente, nelle zone temperate della Costiera Amalfitana e della Penisola Sorrentina.  

Una prova è costituita dai festoni affrescati in molti fabbricati della Pompei dissepolta i quali la sciano intravedere foglie di limoni con una tale caratteristica di freschezza che sarebbe stato difficile dipingere in quel modo senza avere un modello appena colto dall’albero. Un’ipotesi che, l’anno successivo, ottenne una clamorosa conferma quando venne portata alla luce la “Casa del frutteto” caratterizzata da due cunicoli “con le pareti interamente dipinte di piante fruttifere tra cui due di limoni cariche di frutti”. Il professore Maturi illustrò tale scoperta concludendo: “appare indubbio come il limone citrino ovale ed umbonato (in altre parole il massese e l’amalfitano) era già trapiantato ed acclimatato in Campania sin dal primo secolo dopo Cristo.

Nel 1964, infine, nella Villa di Oplonti (a circa due kilometri e mezzo da Pompei) davanti ad ognuna delle trentotto colonne, che ne formano il peristilio, furono trovati un vaso grosso ed uno piccolo contenenti, rispettivamente, i resti di piante di limone e arbusti ornamentali. Un sistema di coltivazione, questo, che ne consentiva il trasferimento al coperto, durante la stagione invernale, affinché  potessero avere riparo dal freddo e dalle intemperie.

Le notizie, appena accennate, potrebbero da sole indurci a pensare che l’arrivo dei limoni in Costiera, anche se con la semplice funzione di piante ornamentali, può essere collocata negli anni del primo secolo dell’era cristiana. Del resto, la vicinanza di Pompei e, soprattutto, la Villa Marittima Romana di Minori (edificata ai tempi di Augusto e ornata di affreschi, stucchi e mosaici che risalgono alla seconda metà del primo secolo dopo Cristo e che ricalcano lo stile pompeiano), ed, ancora, quelle di Positano, dell’isolotto del Gallo Lungo e di Tramonti, ci portano a considerare positivamente tale ipotesi anche perché l’area amalfitana poteva essere considerata l’oasi più naturale per l’acclimatazione, il rifugio e la conservazione di una pianta particolarmente sensibile al freddo.

Senza trascurare di considerare, con specifico interesse, le recenti opinioni (il prof. Paolo Peduto ne è un convinto sostenitore) secondo le quali i Romani non si servivano solo della via del mare per raggiungere la Costiera, ma pure della mulattiera che, dall’Agro Nocerino, saliva al Valico di Chiunzi. La scoperta di testimonianze romane a Tramonti  (gli scavi appena iniziati dovranno confermarci o meno che si tratta di una Villa) e di altre ancora a Ravello (si dà quasi per certo che Villa Rufolo poggi su una costruzione romana) ne potrebbero dare la piena conferma.

Riandando indietro nei secoli, si sa che il “cedro-limone” era coltivato nel mondo ebraico dove aveva un valore anche sacrale. Si sa, inoltre, che tuttora gli Ebrei per la loro festa del Succoth utilizzano soltanto cedri nati da semi. E’ probabile quindi, che siano stati proprio gli Ebrei a portare in Italia questi semi per poterli utilizzare nei luoghi dove si andavano ad insediare. E, poiché la presenza degli Ebrei a Pompei nella seconda metà del primo secolo è ampiamente testimoniata, potrebbe spiegarsi anche la coltura del cedro-limone che va ad interessare i Romani per la sua caratteristica di pianta ornamentale.

Nel Giardino della Casa della nave, sempre a Pompei, lungo il muro perimetrale sono stati trovati, completamente interrati, 28 vasi di ceramica simili a quelli di Oplonti e, contestualmente, individuate tracce di tetti speciali che fanno pensare ad una vera e propria serra o, meglio ancora, al campo di lavoro di un vivaista.

Comunque, dopo il Settantanove e la distruzione di Pompei, i limoni continuarono a sopravvivere soprattutto nell’area sorrentino-amalfitana, grazie alla tecnica dell’innesto, ben conosciuta dai Romani, che consente di diffondere e riprodurre in purezza una varietà vegetale. E, guarda caso, l’innesto ad occhio, alla distanza di circa duemila anni, è tuttora quello largamente preferito per la proliferazione degli agrumi.

Nel IV secolo, Palladio parla di agrumi nei suoi possedimenti in Campania. Nel VI secolo la Scuola Medica Salernitana diffuse l’uso del cedro-limone a scopi terapeutici e ciò da maggiore conferma all’esistenza, in quel periodo, delle relative piante in Costiera Amalfitana.

Infine, quando nel 1002 Guaimaro principe di Saleno, mandò ambasciatori ad alcuni Principi normanni perché venissero a liberarlo dai Saraceni, oltre a postulare il loro aiuto, li attrasse con lauti omaggi di limoni, mandorle ed altra frutta.

La coltura del limone in Costiera, però, divenne veramente intensiva nel XIII secolo quando tutta l’agricoltura subì una decisa riconversione anche in conseguenza del sopraggiunto incremento demografico. Dice Gerardo Sangermano che Amalfi era una città di mercanti vignaioli, proprietari di una barca e di un pezzo di terra, con nomi di chiarissima provenienza contadina. E aggiunge, che l’attività produttiva agricola risultava circoscritta non solo alla vigna ma pure all’ulivo, agli agrumi ed, in generale, al frutteto. Pertanto, è sintomatico il fatto che Carlo D’Angiò, nel 1271, volendo armare ad Amalfi ed in Costiera alcune navi da guerra, ordinasse al Protontino della città di costringervi i marinai, non disposti ad imbarcarsi, con la minaccia della “distruzione delle case” e della “estirpazione delle viti”.

Di tale periodo il prof, Mario De Treppo ne da una immagine precisa. La grande novità del XIII secolo – egli afferma – fu l’introduzione di colture pregiate, costituite da frutteti, agrumeti, roseti, di cui non c’era poca traccia in precedenza o, comunque, di scarsa incidenza sui lineamenti del paesaggio agrario. Miracolo di tale trasformazione fu la larga applicazione del “contratto di pastinato” che diede una regola ai rapporti tra proprietario e conduttore e che, soprattutto, volle la messa a dimora di nuove piante e di nuove colture e che, in Costiera, diventò a lungo termine (e le ragioni sono fin troppo chiare) tacitamente confermabile da padre in figlio purché non si superassero le tre generazioni.

A tal proposito esiste una ricca documentazione fatta di atti, di cessioni, di passaggi, di vendite, di acquisti, che testimonia come le “terre vacue” dei secoli precedenti fossero diventate largamente produttive e di come i limoneti andassero largamente crescendo a ridosso di ogni paese. E, fu la conquista delle superfici scoscese – sta scritto nel pregevole lavoro “La Costiera Amalfitana tra consumo e tutela” curato dal prof. Carmine Conforti e edito recentemente dalla locale Sezione del W.W. F. – ottenuta mediante la creazione di ripiani orizzontali, che si dispongono a forma di gradoni lungo la linea di pendio, sostenuti da muri a secco ricavati direttamente dal pietrame del luogo. Un’opera ardita ed impegnativa cui si aggiunse un accurato sistema di canalizzazione e di protezione dei manufatti finalizzato – con una sapiente tecnica di sistemazione segnata dall’influenza del mondo arabo – ad assicurare il deflusso delle acque, a garantire l’irrigazione e prevenire gli smottamenti del terreno.

Insomma, la sistemazione a terrazze che, da sempre, ha costituito e costituisce una componente essenziale del territorio e che conferisce ai crinali degradanti sino al mare una immagine di grande effetto paesaggistico da indurre Boccaccio a descrivere la Costa d’Amalfi come “una delle più dilettevoli parti d’Italia piena di picciole città, di giardini e di fontane”.

E, l’agrumicoltura in particolare dovette essere certamente un’attività redditizia tanto più che, non solo, ripagava le spese ed il lavoro di sistemazione e di conduzione del fondo rustico ma consentiva, anche, a famiglie ben numerose di vivere e di mettere qualche soldo da parte. Oltretutto, si producevano limoni particolari, gli “sfusati amalfitani”, privilegiati dalla caratteristica esclusiva della forma, dalla pezzatura, medio grande, dal colore giallo-citrino, dalla buccia di spessore contenuto e poroso, dalla polpa ricca di molto sugo gradevolmente profumato, dalla presenza di pochissimi semi, dalle precipue proprietà curative ed alimentari.

Gli stranieri ebbero modo di conoscerli e di apprezzarli quando la Costa d’Amalfi, già situata per molto tempo ai margini del Grand Tour, venne finalmente “scoperta” nel XVIII secolo per diventare meta preferita di un numero sempre crescente di viaggiatori, di artisti, di poeti, di musicisti e, per dirlo con un  termine moderno, di vacanzieri provenienti da ogni parte dell’Europa e del mondo. E, se arrivarono gli stranieri  e rimasero entusiasti dei limoni nostrani ne scaturì, come conseguenza,  l’avvio di rapporti commerciali con i loro Paesi perché si consolidasse una fornitura  continua e privilegiata. L’Ottocento segnò il boom dell’esportazione dei “limoni gialli, che d’estate maturavano solo in Costiera” e che, attraverso le rotte del mare, raggiungevano specialmente l’Inghilterra, i Paesi nordici, l’America e, sino al 1917, finanche la Russia dove operava un agente fisso nella persona di Salvatore Conforti il quale, tra l’altro, aveva sposato una ragazza del luogo. I bastimenti venivano a fare il loro carico nella rada e si usava una confezione particolare, per difendere il frutto dagli eccessi della temperatura, costituita da sporte di castagno (se ne costruiscono ancora, pure se in ridotti esemplari, a Tramonti), paglia ed una copertura di iuta o, meglio, di tela-sacco come quella usata per i cereali.

E, sempre nell’Ottocento, si ebbero altre riconversioni agricole in collina ed altre trasformazioni di terre rimaste incolte (la domanda di limoni era diventata veramente imponente) con la costruzione di nuove terrazze dove a ridosso, come le precedenti, si poteva avere una striscia di bosco da cui ricavare il frascame per la copertura delle piante durante l’inverso.

Il resto è noto e non starò affatto a ricordarlo: La concorrenza che viene dai paesi meridionali e mediterranei, la produzione della Sicilia che tiene banco nei mercati americani, l’apertura di nuove frontiere dopo la fine della guerra, lo scomparire lento e costante di un’epoca che privilegiava i salotti e che manteneva abitudini secolari, gli eccessivi costi di produzione per l’assenza di strade poderali ed interpoderali, la mancanza di una forma di tutela attraverso il riconoscimento di una “denominazione tipica” protetta e controllata, hanno contribuito e contribuiscono a peggiorare la crisi che, con il passare degli anni, rischia di diventare effettivamente irreversibile.

Tanti limoneti, allora, hanno ceduto il posto a grossi fabbricati, altri sono stati trasformati in parcheggi, e parecchie “terrazze” in ambienti abusivi da far diventare civili abitazioni.

Ho voluto ricordare tutto questo (e ce ne sarebbe altro da aggiungere ma non è il caso di farlo) per ricomporre la memoria storica di una realtà che ci appartiene e che ha contribuito a fare la fortuna turistica della Costiera.

Una pagina di storia, forse o senza forse, dello steso valore di quella scritta dalla Repubblica Marinara di Amalfi.

Distruggere, oggi, tale patrimonio significherebbe distruggere un passato che esalta un poco tutti ma, al di là di ogni altra considerazione, significherebbe pregiudicare irrimediabilmente l’avvenire di una terra, benedetta da Dio, tanto ricca di risorse e di bellezze.  

Il limone, in Costiera, è paesaggio, è una sudata conquista dell’uomo, è un bene naturale e culturale che appartiene al mondo intero. In Costiera, il limone è la Costiera.

 Per questo va tutelato alla stessa maniera delle grandi opere d’arte che onorano la nostra Nazione. Altrimenti, diventerebbe una grossa vergogna per la Campania e per l’Italia.

Minori, 1 settembre 1991 

©  Luigi de Stefano                                                                        

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mercoledì, 28 maggio 2008

          FIOCCO ROSA A CASA DE LUCA

De Luca

Vivissimi rallegramenti e affettuosi auguri!

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categoria:diario
mercoledì, 28 maggio 2008

INCONTRI CON IL LIBRO (A VIETRI SUL MARE E A MAIORI)

Alfonso Bottone  (che ringrazio per l'invito) mi segnala questi due appuntamenti con il libro, promossi da Com&Te, che riprende una bella iniziativa sviluppata già l'anno scorso. Voglio ricordare qui che leggere un libro procura un piacere che né la televisione né il cinema sono in grado di darti. "La gente dice che ciò che conta è vivere - sosteneva Logan Pearsall Smith, critico e saggista americano -, ma io preferisco leggere".

Venerdì 30 maggio 2008, ore 19.30, presso il Ristorante Pascalò di Vietri sul Mare, sarà presentato “A cena con la luna” di Roberto Gianani, edito dalla Marlin di Tommaso e Sante Avagliano. Il libro propone una serie di incontri - trentadue storie, a cui fa da sfondo il mare - con personaggi di spicco, da Kirk Douglas a Fiona Swaroski, da Peppino di Capri a Lea Massari, da Pablo Neruda a Brigitte Bardot, per citarne solo alcuni. “Una deliziosa passerella – così lo definisce la critica - della bella gente incantata dall’isola azzurra, capresi di residenza e di elezione, personaggi che vivono a Capri e altri che ci sono passati per una stagione felice e quelli che l’hanno scelta a luogo dell’anima, catturati da una suggestione unica”. Con una punta di nostalgia che lega i vari racconti, nei quali non c’è solo Capri, ma anche altre località del golfo, quali Ischia, Procida, le costiere sorrentina e amalfitana.

Sabato 31 maggio 2008, ore 19.30, nei Giardini Palazzo Mezzacapo a Maiori,  sarà la volta di “Caldo argento” di Cesare Lanza, edito da Armando Curcio. L’autore, 65 anni, che ha legato buona parte della sua attività al mondo televisivo (Buona Domenica reca la sua firma), dopo aver cavalcato a livelli alti quello della carta stampata (è stato direttore del Corriere d’Informazione), narra la tormentata vicenda di Silvia, una donna matura – dichiara lo stesso Lanza -, con due figli adulti, libera di mente: le piace l’amore, ha un amante, non si nega a curiosità. La storia è ambientata a Milano, nella cornice tenebrosa e inquieta di una città segnata dal terrorismo, dai rapimenti, dalla crisi economica e tuttavia ebbra di vita e desiderosa di apparire ancor più che esistere, tra ricevimenti, prime alla Scala, chiacchiere estenuanti di politica, vezzi di moda… Contraddizioni, ambiguità, decadenza”.

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lunedì, 26 maggio 2008

LA TRASLAZIONE DEL CORPO DI SANT’ANDREA DIVENTA COMMEDIA MUSICALE. IL 28 GIUGNO,  LA SUA RAPPRESENTAZIONE AD AMALFI

 

Una commedia musicale intitolata “Andrea”, che propone un originale parallelismo storico-religioso tra la vicenda terrena dell’apostolo, che i Vangeli indicano come il primo ad avere accolta la chiamata di Gesù  (Gv 1, 40-42), e quella di un omonimo oscuro pescatore amalfitano del Duecento. E’ stata realizzata dagli studenti del liceo scientifico “Ercolano Marini” di Amalfi, in collaborazione con gli alunni della locale scuola media “Gerardo Sasso”, e sarà rappresentata il 28 giugno, alle ore 21, in piazza Duomo. L’avvenimento, reso possibile grazie a un accordo con la Società di formazione "2000... e lingue" di Salerno, e inserito nelle celebrazioni rievocative dell’ottavo centenario della traslazione del corpo di sant’Andrea, è atteso con curiosità e interesse.

L’iniziativa, che è coordinata dalla professoressa Anna Nocera, si avvale della preziosa consulenza storica del professore Giuseppe Gargano e di quella biblica della professoressa Beatrice Arpino. Il testo è di Ciro Villano, le musiche di Luca Sepe, la regia di Matteo Salsano.

Protagonista del racconto, come si diceva all’inizio,  è Andrea, un pescatore di Amalfi al quale viene a mancare il figlio, Lorenzo, disperso in mare. La sua famiglia è fortemente legata al culto per l’apostolo, al quale era già dedicata in quel tempo – cioè nei primissimi anni del XIII secolo - la cattedrale della città marinara. Andrea, fiducioso nell’aiuto del suo protettore, parte alla ricerca disperata del figlio, mettendosi al servizio del cardinale Pietro Capuano. Anzi fa di più: è tra quelli che maggiormente spingono l’illustre prelato al trafugamento delle reliquie del Protóklitos (il primo chiamato, così sant’Andrea è definito dalla Chiesa bizantina), che erano custodite nella basilica dei SS. Apostoli di Costantinopoli, e al loro trasporto ad Amalfi. Mortalmente ferito da mano straniera, il pescatore scompare dalla scena proprio a Costantinopoli.

L’arrivo trionfale del corpo di S. Andrea, l’otto maggio 1208, portato a spalla dai vescovi della regione, guidati dal cardinale Capuano, crea l’occasione per un evento miracoloso: alla moglie di Andrea, povera donna disperata per la duplice perdita subita, ecco che marito e figlio ricompaiono inaspettatamente nella cattedrale di Amalfi. Un’aura spirituale e paradisiaca avvolge la scena conclusiva, trasferendo l’idea di una volontà suprema di attuazione di un progetto singolare e comunitario segnato da sempre nella mente divina.

 

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giovedì, 22 maggio 2008

SANTA RITA, IN QUELLA CHIESA DELLA VALLE DEI MULINI AD AMALFI

 

Ricorre oggi la festa di santa Rita (un augurio affettuoso a mia sorella!). E’ una santa molto amata, non solo in Italia, ma in tutto il mondo (ho visto a Parigi la sua statua in molte chiese,  circondata da una selva di candele e lumini accesi). Viene definita “soccorritrice dei miseri” e “santa degli impossibili” per la quantità e la qualità di eventi prodigiosi riferiti alla sua intercessione. Ricordo che mia madre indirizzava a lei le sue preghiere nelle situazioni più difficili. La venerazione per santa Ritaquesta piccola suora di Cascia, vissuta tra la fine del 1300 e la prima metà del 1400,  è dovuta al fatto che la gente continua a sentirla molto vicina “per la stupefacente ‘normalità’ dell'esistenza quotidiana da lei vissuta, prima come sposa e madre, poi come vedova e infine come monaca agostiniana”.

A santa Rita è dedicato un bell’altare nel santuario della Madonna del Rosario (che molti, impropriamente, chiamano "la chiesa di santa Rita"), nella Valle dei Mulini di Amalfi, che ho frequentato al tempo  dell’infanzia e della prima giovinezza, cioè fino a quando non sono andato via da quella zona. Il 22 maggio si collocava la statua in cima a un trono che, da terra alla sommità, era interamente ricoperto di fiori. Se ne occupava, insieme ad altre persone, mia zia Rosa, che abitava lì vicino e custodiva le chiavi della chiesa. Tantissimi erano (e credo lo siano ancora) i fedeli provenienti, in pellegrinaggio, dai vari paesi della costiera. Durante la celebrazione della messa si distribuivano  petali di rosa benedetti.  Nel sito della basilica di Cascia, trovo che questo rito è in memoria di un episodio risalente al gennaio del 1457. La santa, mentre era malata nella sua cella monastica, chiese a una cugina di portarle da Roccaporena una rosa. La tradizione afferma che Dio esaudì questo desiderio e la parente poté raccogliere per lei una rosa sbocciata in pieno inverno, tra la neve.

Ho letto in un manifesto che, data la concomitanza del Corpus Domini, la festa è rimandata a domani, venerdì. Santa Rita sarà condotta in processione fino alla cattedrale.

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mercoledì, 21 maggio 2008

LA CICOGNA A CASA DE STEFANO

Culla

Con le più vive felicitazioni, tanti cari auguri!

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lunedì, 19 maggio 2008

A MAIORI UN ECOMUSEO SUL LIMONE. MA IO INSISTO: IN COSTIERA C'E' BISOGNO DI UN "VERO" MUSEO ETNO-ANTROPOLOGICO

E’ da una vita che vado predicando la necessità che in Costiera (lo vedrei benissimo a Maiori, nell'ex convento S. Domenico) venga allestito un Museo etno-antropologico che si ponga l’obiettivo di conservare le nostre memorie, che tendono sempre di più a sbiadirsi. Nessuno mi ha dato mai retta. Ricordo che, una volta, ebbi modo di accennarne in un incontro, non so dire quale, organizzato dalla Comunità Montana. Era presente Paolo Apolito,  professore di antropologia culturale, il quale manifestò la disponibilità sua e dell’università a collaborare a un progetto del genere.  La mia fu una “vox clamans in deserto”.

A parte il museo della carta, ad Amalfi, voluto dall’indimenticabile Nicola Milano, possiamo considerare un tentativo quello messo in atto, sia pure con tanta buona volontà, da Gigino Aceto (il suo "Museo della civiltà contadina"), al quale va riconosciuto il merito di aver messo insieme molto materiale, sottraendolo alla distruzione o alla dispersione. Un museo, tuttavia, non può essere una raccolta di oggetti, posti uno accanto all’altro in modo casuale. Un museo deve avere una impostazione scientifica e deve servire a una comunità per accostarsi alla propria cultura, al proprio passato, al proprio territorio, secondo una determinata prospettiva interpretativa.

A parte la fabbricazione della carta “a mano”, che per fortuna continua in qualche cartiera superstite – sottolineo qui i meriti della moglie e delle figliuole di Luigi Amatruda ad Amalfi -, manca qualsiasi documentazione, quanto meno fruibile, su attività artigianali, agricole, marinare, paleoindustriali (chi ricorda, ad esempio, ma Aquilinola lista sarebbe lunga, che a Pogerola si producevano le “centrelle”, vale a dire quei chiodi corti e a testa larga che venivano fissati alla suole degli scarponi militari? E che a Maiori c’era una fabbrica di liquori, spazzata via dall’alluvione del 1954? E che esistevano mulini, pastifici  (e 'ngiegni = marchingegni per fare la pasta; nel nostro caso, piccoli laboratori con annessi spanditoi) tra Amalfi, Minori e Maiori? E una ‘saponiera’ nella valle dei Mulini ad Amalfi?). Come manca qualsiasi documentazione su usi, costumi, riti, cerimonie, valori, credenze, comportamenti, che sono i principali fenomeni attraverso i quali la cultura si rende intellegibile. Per non parlare dei pittori cosiddetti "costaioli", delle ceramiche di Matteo Di Lieto e di Acabbo (acquistbile di tanto in tanto su eBay), delle canzoni di Eleuterio Aquilino, delle sculture in legno ('e cape 'e morte, così le chiamavano ad Amalfi) di Alfonso Laudano al tondo Volpe (sotto l'albergo Riviera),  dei "cestari" di Tramonti, dei "retinari" di Praiano (ci metterei anche le retine che Rusinella intrecciava sullo stradone, di fronte al Gran Caffè) o di quelli che a Conca intrecciavano le palme per la domenica di festa prima dei giorni della Passione. E così via. La "litania" potrebbe essere lunga...

etichetta1Fatta questa premessa, non posso non guardare con simpatia all’iniziativa dell’Azienda di soggiorno e turismo di Maiori che si prepara a inaugurare (domenica, 25 maggio, ore 10,30, giardini di palazzo Mezzacapo) un piccolo ecomuseo dedicato al limone ‘Costa d’Amalfi’ (è il nome col quale ha ottenuto l’IGP,etichetta2 indicazione geografica protetta. In parole semplici, si tratta del cosiddetto “sfusato amalfitano”).  Non so con quali criteri esso è allestito. Un comunicato riferisce di un’articolazione in più sezioni: “la sala principale ospiterà un modello didattico del limone, ideato dall’Associazione Sweet Melody (“Carneade, chi è costui?” L’ho cercata sul web, non l’ho trovata), che attraverso un sistema di pannelli luminosi farà conoscere la storia degli agrumi nel mondo. L’altra sezione testimonierà la storia del limone ‘Costa d’Amalfi’ attraverso un plastico in scala dei terrazzamenti tipici, pennellature didascaliche e fotografiche, una sequenza di monitor a muro che manderanno in continuazione immagini, documenti, video. Nell’edificio confinante sarà attivo un laboratorio didattico per scuole e per quanti vorranno effettuare attività pratiche alla scoperta degli agrumi”.

© Sigismondo Nastri

 

 

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sabato, 17 maggio 2008

ARRIVA A STOCCOLMA LA MOSTRA DELLE INCISIONI DI RAVELLO

 

La notizia me l'ha data Giovanna Dell’Isola, che cura l’ufficio stampa della Cotur e di Bruno Mansi editore. La giro direttamente al mio amico Angelo, amalfitano di… Svezia (o svedese di… Amalfi? ). Gli farà sicuramente piacere.

Martedì 20 maggio, alle ore 18, nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma, diretto da Raffaele Pentangelo, sarà inaugurata la mostra “Carte di viaggio. Incisori a Ravello”,  già presentata con successo a Villa Rufolo tra dicembre 2006 e gennaio 2007, promossa da Bruno Mansi e curata da Ada Patrizia Fiorillo. 

L’esposizione, che raccoglie diciassette artisti dediti soprattutto alla pratica dell’incisione, resterà aperta al pubblico fino al 5 giugno.  Motivo dominante, ovviamente, la cittadina della costa. “Una Ravello - leggo nel comunicato stampa - delineata come riflesso di un progetto maturato in quello spazio compreso tra la matrice e la stampa, insistendo sull’elemento primario del segno, sulla possibilità di ordinarlo al risultato finale di una forma. Forme che narrano di intenzioni, di memorie, di emozioni, di visioni della realtà come misura di un tempo interiore. Tecnica ed immaginazione, rigore ed emozione, sembra essere questo l’insegnamento escheriano sulla cui traccia la Fiorillo  riordina le ‘carte di viaggio’ dei diciassette autori, seguendo il filo di un abbecedario che, dal segno,  comune indizio grafico, muove lungo i sentieri della sua applicazione, tra le alchimie delle tecniche utilizzate come mezzo di espressione creativa da Giuliana Balice, Marina Bindella, Renata Boero, Bruno Canova, Francesco Cecchetto, Hsiao Chin, Isabella Ciaffi, Anna Crescenzi, Luce Delhove, Pilar Dominguez, Simon Fletcher, Peter Freeth, Valeria Manzi, Luigi Marcon, Ines Merola, Angela Occhipinti, Mario Teleri Biason”.

 

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