RUGGIERO FRANCESE E
In un opuscolo pubblicato nel 1949 dalla tipografia Jannone di Salerno, l’ingegnere Ruggiero Francese raccontò “Come fu svegliata dal sonno dei secoli
ripetutamente scritto – aggiunse – che la parola ‘scoperta’ non va intesa nel senso comune, ma in quello di apprezzamento: io non ho scoperto la Grotta, che era nota a centinaia di persone ancora viventi, pescatori, professionisti, artisti…, per i quali essa rappresentava una delle tante cavità naturali di cui è ricca
Di quella grotta s’era già occupato un forestiero che, nel libro degli ospiti dell’hotel Luna, in data 12 aprile 1858 aveva lasciato questa descrizione: “Per il bene dei Forestieri viaggiatori amanti delle cose belle, il retro segnato si pregia di far conoscere che nelle vicinanze di Amalfi nel villaggio di Conca da circa un mese fa si è scoperta una specie di Caverna Monstrum che per la di lei qualità e rara bellezza è un vero fenomeno da far rimanere estatico chi è anche avvezzo nel giro del mondo a veder meraviglie, per cui senza esagerazione questo bel fenomeno, solo parto della Natura, può gareggiare vol Vesuvio per essere veramente degno di soddisfare pienamente la curiosità dei più critici intelligenti delle cose belle e vere. Si consiglia in tale gita di servirsi di certo Luigi Miloni come la Guida più pratica e piena di riguardi pei Forestieri”. E’ fin troppo chiaro che a quel tempo la grotta era già meta di visitatori. Poi, evidentemente, fu dimenticata.
La "ri-scoperta" maturò quasi per caso. “
Il Carrano mi domandò: Ingegniè, spiegatemi ‘na cosa; come se formano ‘e culatori sott’acqua?
- Che so ‘sti culatori?
- Chelli cose ca se vedono rint’ ‘e grotte.
- Ma rint’all’acqua nun se formano.
- Eppure, me pare che n’aggio visto uno arete ‘o Capo ‘e Conca, rint’ all’acqua.
- Forse hai visto ‘nu pizzo ‘e scuoglie. E ‘a goccia d’acqua ‘a do’ cade? Sulo rinte ‘e grotte se formano.
- Ma chillo rint’ ‘a ‘na grotta sta.
- E ‘o mare non l’avrebbe distrutto, a mano a mano ca se formava?
- Ma rint’ a chella grotta ‘o mare nun ce vatte.
Insomma, motivo della discussione era l’affermazione che in quella grotta ci fossero delle stalagmiti che emergevano dall’acqua.
Ruggiero Francese non perse tempo, anche se era soprattutto interessato a dimostrare la fondatezza della tesi di un fenomeno bradisismico discendente, sostenuta nella seconda metà dell’ottocento dallo storico locale Matteo Camera. Ne parlò con i fratelli Nicola e Luigi Camera (nipoti di Matteo Camera) e poi con Francesco Mansi che in quella grotta c’era stato proprio il giorno prima, sia pure per soddisfare un bisogno fisiologico. Mansi mise a disposizione il suo fuoribordo per la spedizione, che avvenne il 31 di agosto. Vi parteciparono l’ingegnere Pasquale Pansa, il medico Gaetano Scoppetta, il citato Filippo Desiderio e alcuni giovanotti. Tra questi, Francesco Amodio (che nel dopoguerra fu sindaco e deputato al parlamento), Luigi Amatruda (l’indimenticato fabbricante di pregiata carta a mano), Antonio Casanova di Nicola (poi avvocato e amministratore comunale), Mario Mansi (il figlio di Francesco, futuro professore di matematica), Salvatore Proto, lo scultore Patrono e qualche altro. Luigi Amatruda, su richiesta di Francese, portò con sé anche una canna da pesca.
“Ci arrampicammo sugli scogli – continua così il racconto della “scoperta” -, ed entrammo in una buca a qualche metro sul mare, indicataci dal Mansi. Oscurità quasi perfetta, al primo entrare. I compagni di gita, fra i quali giovanotti dai 15 ai 20 anni, incominciarono un chiasso infernale, buttandosi nell’acqua della caverna. Il suolo, dopo l’ingresso, era inclinato e sdrucciolevole, stalagmitico. Il Mansi aveva con sé un piccolo riflettore elettrico, alimentato dall’accumulatore che forniva la scintilla del fuoribordo, e ne diresse il fascio luminoso sull’acqua in cerca di stalagmite. Data la semioscurità, l’acqua sembrava inchiostro, ed i tuffi ed il nuoto ne increspavano la superficie, rendendo invisibile un oggetto immerso in essa. Dopo qualche minuto, scorsi un lieve chiarore proveniente dall’interno della grotta. Non ero in costume da bagno, e non potevo scorgere ciò che si vede oggi dalla banchina in calcestruzzo, che fu costruita su mio progetto, assieme alla scalinata della provinciale, nel 1934, ché in quel posto vi era acqua. Domandai all’Amatruda, che non aveva abbandonata la canna, ed era in acqua, se vedesse cosa sott’acqua come una stalagmite. Mi rispose che un pilastro poggiava nella roccia, poiché nell’immergere la mano sott’acqua toccava una superficie scabra e pungente come roccia”.
La mattina del 4 settembre, il tempo era bellissimo, Ruggiero Francese vi tornò con Francesco Mansi, l’ingegnere Salvatore Esposito, Raffaele Barra e
Vi si recò ancora il 6, il 7 e l’8 settembre per completarne l’esplorazione.
La notizia, ovviamente, si diffuse. La gente cominciò ad accorrere da tutte le parti e non mancarono atti di vandalismo. Il 9 settembre Francese scrisse al Prefetto chiedendo provvedimenti atti a tutelare l'integrità di quel meraviglioso antro.
Solo quando la stampa nazionale cominciò a interessarsene, e la rivista del Touring club italiano “Le vie d’Italia” le dedicò un ampio servizio, vennero fuori in tanti a sostenere che la conoscevano e la frequentavano da sempre. Cominciò anche la disputa sul nome da darle: "Grotta verde", "Grotta azzurra", "Grotta di smeraldo", "Cattedrale delle sirene", e così via. Sì, anche "cattedrale": "sembra di vedere - commentò l'ingegnere Francese - le provocanti Sirene a messa, con sant'Ulisse che officia...".
Ruggiero Francese voleva che si chiamasse “Il tempio azzurro sul mare”, a indicare “in modo completo” il meraviglioso fenomeno, “per le colonne, le nicchie, la cupola alta
Ma i nomi più ricorrenti furono “Grotta d’Amalfi” e “Grotta dello smeraldo”.
Su progetto dello stesso Francese, nel 1934, furono costruite la scalinata di accesso dalla strada provinciale (ora statale 163) e la banchina di approdo. Fu installata all’ingresso una solida porta in ferro, a protezione dai vandali e dalla furia del mare.
Una quindicina d'anni più tardi, nel 1948, Francese cominciò a porre all'attenzione delle istituzioni - la Grotta era amministrata dall'Azienda di soggiorno e turismo di Amalfi - “di dotare questo gioiello della natura di un sistema più rapido per la circolazione dei visitatori, di un ascensore dalla strada provinciale”. Venne realizzato – se non erro – negli anni sessanta.
La Grotta dello smeraldo, non lo si può negare, ha dato un contributo notevole alle fortune turistiche del territorio amalfitano. Dell'’artefice della sua “ri-scoperta” - intesa, ripeto, come tutela e valorizzazione - si è persa, però, ogni traccia. E questo non è giusto e non ci fa onore. Basterebbe l'apposizione di una targa per mantenerne viva la memoria.
Sigismondo Nastri






