ACCADDE NEL 1971, QUANDO AMALFI NON VOLEVA DIVENTARE UNA DIOCESI DI SERIE B
L’arcidiocesi di Amalfi era rimasta senza un vescovo residenziale dopo la
morte di mons. Angelo Rossini il 5 ottobre 1965. La Santa Sede sopperì a questa mancanza, nel 1966, inviando un amministratore apostolico: il domenicano mons. Angelo Raimondo Verardo e, dopo la nomina di questi a vescovo di Ventimiglia, nel 1968, mons. Jolando Nuzzi, vescovo di Campagna, poi trasferito a Nocera. Ad Amalfi, all’inizio del 1971, cresceva la preoccupazione: si sapeva che il Vaticano stava riesaminando l’assetto di tutte le diocesi con l’intenzione di abolire quelle che non arrivavano a centomila anime. Quindi, anche la nostra.
Il Consiglio presbiteriale e il Capitolo Cattedrale, riuniti in assemblea, manifestarono, con un telegramma, «il profondo rammarico per mancata provvista arcivescovo residenziale anche Archidiocesi amalfitana, in grave disagio per ormai lunga amministrazione apostolica». C’era stato il salvataggio di Acerenza, dove era stato nominato un nuovo vescovo. Perché non poteva avvenire la stessa cosa per Amalfi?
Si diede vita a un comitato diocesano, composto dall'onorevole Francesco Amodio, massimo esponente del territorio a livello istituzionale e politico, dai sindaci, e dai rappresentanti del Capitolo Cattedrale, del Consiglio presbiteriale, dei Consigli pastorali, dell’Azione Cattolica, e finanche delle aziende di soggiorno e turismo (la commistione tra fede e turismo, ahimé, è un dato permanente, come dimostrano le feste patronali). Un ordine del giorno si fece interprete – scrisse Filippo Jovieno sul Roma, in data 20 aprile – «del turbamento e della delusione che ha preso tutti, essendo l’Archidiocesi di Amalfi ancora priva del suo Vescovo, pur vantando una tradizione gloriosa e ultramillenaria collegata ai grandi avvenimenti della storia e della cristianità».
La situazione cominciò a degenerare l’8 maggio, dopo la funzione in cattedrale, nella ricorrenza della traslazione del corpo di sant’Andrea da Costantinopoli ad Amalfi. «La statua del Santo Patrono – cito Il Mattino del 9 maggio – era giunta, seguita dai fedeli, al limite dell’atrio per la rituale benedizione, quando all’improvviso i portatori hanno preso a discendere la scalea dando inizio, senza la presenza del clero, ad una processione per le vie cittadine. Molta gente con cartelli si è posta davanti alla statua. Vi si leggevano frasi come "L’apostolo Andrea invoca dal fratello Pietro il vescovo residenziale ad Amalfi", "I comuni della costiera vogliono il loro proprio pastore", "Il popolo della costiera non permetterà mai l’unione della diocesi di Amalfi con quella di Nocera"». Si temeva che questo potesse verificarsi proprio in conseguenza del trasferimento di monsignor Nuzzi, amministratore apostolico di Amalfi, dalla sede vescovile di Campagna a quella di Nocera dei Pagani, avvenuto nel mese di gennaio.
«Ad Amalfi hanno letteralmente perduto la bussola» fu il commento di Niccolò D’Amico sul Roma dell’11 maggio. «Manifesti, cortei, cartelli e striscioni. Ma era una processione religiosa oppure un comizio di metallurgici in sciopero? L’effetto, in verità, era molto strano. Ma sembra che di stranezze siano disposti a farne anche altre, nel tentativo di scongiurare il pericolo del vescovo a… mezzadria».
Sul Mattino del 20 maggio Luigi de Stefano riferì che il sindaco di Amalfi, avvocato Costantino Porpora, e quello di Atrani, professore Andrea Di Benedetto, s’erano fatti portavoce presso monsignor Gaetano Pollio, arcivescovo primate di Salerno, della «profonda amarezza dei cittadini della Costiera per l’inspiegabile silenzio con cui continuano ad essere accolte le numerose istanze da parte della Sacra Congregazione dei Vescovi, della Segreteria di Stato e della presidenza della CEI». Se proprio ci doveva essere un accorpamento con altra diocesi - gli avevano detto -, sarebbe stato più idoneo farlo con quella di Cava de’ Tirreni «non solo perché le rispettive popolazioni sono egualmente interessate al fenomeno turistico, per cui hanno in comune problemi sia economici che pastorali, ma anche perché le due città hanno da tempo in comune la Tenenza dei Carabinieri, la Circoscrizione didattica, quella sanitaria e politicamente appartengono anche allo stesso collegio senatoriale».
Il 30 maggio, festa della Pentecoste, la cattedrale di Amalfi rimase quasi deserta durante la messa vespertina. «I fedeli – leggo nella cronaca di Luigi de Stefano sul Mattino del 4 giugno – sono restati all’esterno, sistemati sulla maestosa scalea del Duomo facendo mostra di vistosi cartelli… E’ stata questa la terza manifestazione pubblica, dopo le petizioni, le suppliche, le richieste inviate alla Santa Sede… All’ora stabilita per la S. Messa che doveva essere celebrata dall’Amministratore Apostolico mons. Jolando Nuzzi, attuale Vescovo di Nocera dei Pagani, la folla ha invaso l’atrio del Duomo che il Presule avrebbe dovuto attraversare per raggiungere la Cattedrale. Vi sono stati dei momenti di incertezza, nel timore che la manifestazione avesse potuto degenerare, ma, alla fine, mons. Nuzzi ha potuto entrare nel Duomo garantito, del resto, anche dalla presenza della forza pubblica». Un servizio sull’Unità dell’8 giugno, firmato da Felice Piemontese, andò oltre: «A una riunione della Conferenza episcopale regionale a Scala si presentano alcune decine di amalfitani con innocui cartelli richiedenti la nomina del vescovo. Intervengono in forze i carabinieri che, con le armi spianate (circostanza confermataci da numerosi testimoni) allontanavano i manifestanti, strappavano i cartelli. Dopo questo episodio il Capitolo metropolitano, l’organismo in cui sono
presenti i vari preti della zona, chiede senz’altro (anche se “umilmente e rispettosamente”) che mons. Nuzzi si dimetta da amministratore apostolico. Il monsignore si guarda bene dall’accogliere la richiesta… In una successiva riunione il Capitolo suggerisce al Nuzzi di rinunziare a celebrare in cattedrale i riti di Pentecoste “onde evitare ulteriore inasprimento degli animi”. Il monsignore, naturalmente, si presenta. La gente, allora, si rifiuta di entrare in chiesa, i coristi della ‘Schola Cantorum’ si rifiutano di cantare, l’organista di suonare. Quando il vescovo appare davanti alla cattedrale, circondato da un nugolo di carabinieri, dalla folla si levano fischi e grida. I carabinieri intervengono per allontanare i contestatori, volano verso Nuzzi ortaggi di varia natura, c’è notevole trambusto. Alla fine si saprà che una cinquantina di persone sono state denunziate, non si sa bene per quali reati. Misura, questa, che non serve certo a calmare gli animi piuttosto sovreccitati di molti amalfitani».
Sull’episodio il Capitolo metropolitano si precipitò a emanare un comunicato col quale espresse «tutta la sua profonda deplorazione, non disgiunta da vivo dolore, per l’offesa derivata alla dignità episcopale», sostenendo però «che gli eccessi della manifestazione trovano una spiegazione nell’atteggiamento dell’amministratore apostolico, monsignor Jolando Nuzzi (sic!)». Nessuna solidarietà, quindi, al presule.
Felice Piemontese, nel suo articolo, attaccava duramente l’amministratore apostolico, e non solo per le temute trame, tese a unificare le due diocesi: «Pare, ad esempio, che per qualche antiquario amico del monsignore sia diventato straordinariamente facile fare affari d’oro: antichissimi e preziosi organi, artistiche cancellate, urne cinerarie, dipinti, sono presi dalle chiese, pagati poche centinaia di migliaia di lire e rivenduti subito dopo per milioni». Accusa ripresa pari pari da Giuseppe Liuccio sull’Avanti dell’11 giugno: «si dice che monsignor Jolando Nuzzi abbia una particolare predilezione per gli antiquari, una vocazione poco attinente alla cura d’anime se è vero che avrebbe a che fare con la vendita di urne cinerarie, inginocchiatoi, pregevoli cori e artistiche cancellate che avrebbero abbandonato il silenzio mistico delle antiche chiese della costiera amalfitana per il mondo più prosaico ma più redditizio del commercio dei rigattieri». Accusa, comunque, formulata sempre col verbo coniugato al condizionale, secondo un consolidato stile giornalistico. Con l’entrata in campo dell’Unità, organo del partito comunista, e dell’Avanti, quotidiano del partito socialista, una questione di chiesa si trasformò in questione politica.
Mons. Nuzzi peccò di leggerezza nel segnalare ai parroci l’antiquario (o rigattiere), autorizzandoli a cedere cose vecchie. Non credo, però, che intendesse svuotare le chiese da pezzi d’antiquariato. Può darsi che sia stato frainteso. O no? Qualcosa certamente andò storto, se qualcuno diede mano a smontare balaustre o antichi cori.
Nel “rileggere” oggi la vicenda, che comunque non ci fa onore, mi sembra di capire che a spargere benzina sul fuoco, con la pesante interferenza di certi ambienti locali, sia stato proprio il Consiglio pastorale facendo circolare, qualche giorno prima, un volantino, nel quale si accennava persino a una frattura creatasi all’interno del clero. Si riteneva, infatti, che mons. Nuzzi stesse spingendo per l’accorpamento della diocesi di Amalfi a quella Nocerina. “Si può affermare, senza offesa di offendere la verità – si domandava il documento del Consiglio pastorale -, che un vescovo sia in grado di esercitare efficacemente i suoi compiti pastorali in una diocesi che comprenda la Costiera amalfitana e l’Agro Nocerino? E che possa provvedere, nel modo più perfetto possibile, alla salvezza dei fedeli di queste due ampie, eppur distanti Diocesi, che tra l’altro sono separate dai monti? E che, preposto a questa porzione del popolo di Dio, di cui egli è il pastore, in nome del Signore possa esercitare in pieno la sua triplice funzione quale è quella dell’insegnamento e della santificazione e del governo?”.
L’anno seguente (1972) l'arcidiocesi di Amalfi fu unita “in persona episcopi” (mons. Alfredo Vozzi, che al titolo di vescovo di Cava aggiunse quello di arcivescovo di Amalfi, fino al 1982; poi, mons. Ferdinando Palatucci, già vescovo di Lamezia Terme) alla diocesi di Cava de' Tirreni. Nel 1986 entrambe furono fuse nella nuova arcidiocesi di Amalfi-Cava de' Tirreni (guidata ancora da mons. Palatucci, fino al 1990). La conclusione di questa pagina di storia amalfitana (ricostruita dai giornali dell'epoca: la affido ai ricercatori di professione perché possa essere approfondita, corretta e integrata attraverso l'esame di documenti ufficiali) ricalca quella delle vecchie favole per bambini: "tutti felici e contenti". Compreso, credo, mons. Nuzzi, liberatosi (con le dimissioni) da un ambiente che lo aveva accolto con diffidenza già dal primo giorno del suo ministero.
© Sigismondo Nastri