S’INAUGURA QUESTA SERA AD
S’inaugura oggi ad
Avevo manifestato al sindaco il desiderio di partecipare alla cerimonia, ma
nessun invito m’è arrivato. Non che ne avessi titolo, a parte quello di cronista che s'è occupato per oltre mezzo secolo delle vicende del comprensorio amalfitano; credo, però, di essere stato il solo a raccontare la storia di questo albergo, almeno quella che lo ha reso famoso nel mondo.
Nella monografia dedicata al pittore Gaetano Capone, pubblicata nel dicembre
Ne riporto qui qualche stralcio.
«[…] Ad Amalfi esercitavano attrazione gli edifici monastici trasformati in alberghi: il ‘Luna’, già convento di san Francesco, che la tradizione vuole fondato dal Poverello d’Assisi, gestito dalla famiglia Barbaro; e il ‘Cappuccini’, ex convento di san Pietro della Canonica, rilevato dalla famiglia Vozzi nel 1826. Uno dei primi avventori dovette essere August von Platen, autore, nel 1827, di una poesia che è una dichiarazione d’amore per Amalfi: E’ giorno di festa, e animate sono celle e corridoi del convento, che dal dirupo, nei pressi della bella Amalfi, domina
Da qui – annotò nel 1840 la compositrice tedesca Fanny Mendelssohn – si ha una veduta celestiale sul mare, la città e le montagne da ogni finestra e soprattutto dalla terrazza, dove noi ci trattenevamo di sera. Un bel chiostro, una grande grotta, le piccole celle, in ognuna delle quali c’è posto per un solo letto, secondo l’uso dei monaci, tutto ciò è straniero ed accresce l’impressione del luogo meraviglioso. E’ proprio il ‘Cappuccini’, arroccato, a mezza costa, sullo strapiombo che dà sul porto, a far da polo di attrazione per gli artisti: tra questi, Théodore Aligny, Jules Louis Philippe Coignet, Johann Joachim Faber, Ernst Fries, Karl August Lindemann-Frommel, Joseph Rebell, Charles Rémond, Ludwig Richter, Johann Heinrich Schilbach, Rupolph Schick, Frans Vervloet. Oltre a Gonsalvo Carelli, Ercole e Giacinto Gigante, l’intera scuola dei ‘posillipisti’. C’è chi ritiene che anche Camille Corot ed Edgard Degas siano passati di qui.
L’ospitalità della famiglia Vozzi aveva conquistato una fama che oltrepassava i confini nazionali. Ed era tale il desiderio di rendersi amica la loro clientela che chi entrava nella loro casa la doveva lasciare, sempre, non solo soddisfatto dell’ottimo trattamento materiale, ma spesso avvinto dalle affettuose attenzioni dei padroni. E più videro burbero e difficile lo straniero, più impegno misero per contentarlo, per conquistare la sua benevolenza (Ernesto Baum).
Gregorio Vozzi, al quale si deve la trasformazione del vecchio convento in locanda, nel 1826, aveva un alto concetto morale dei suoi doveri di ospitalità (Baum). Il 4 dicembre 1840 l’edificio dovette essere restituito ai frati. L’albergo fu trasferito in una casa situata nella zona portuale, abbattuta nel 1908. Alla soppressione degli ordini religiosi, nel 1866, il comune insediò nell’ex convento una scuola nautica. Nel 1882, finalmente, i Vozzi ne rientrarono in possesso.
Alla morte di Gregorio la gestione fu assunta dai figli Francesco, Matteo e Andrea. Ecco come nell’ottobre 1853, un turista inglese, rimasto anonimo, li descrive nel libro dei forestieri che raccoglie le osservazioni degli ospiti: Questi tre giovani fratelli, bisogna convenire, si sono divisi il lavoro assai bene. E delle loro fatiche approfitta l’avventore, perché il servizio procede eccellente. Il primo porta un anello, e gli piace il canto, e se lo gradite, egli volentieri canterà un duetto con suo fratello il cuoco. Il secondo è destinato a fare il cameriere e, quando la sua personcina elegante coi baffetti vi porge i piatti, è un tema degno da mettere in versi. Ma ohimé questi due maggiori son chiodi in confronto al loro ‘frère de cuisine’; che arrosti, che frutti, che dolci deliziosi, e il ragazzo non conta che 17 anni. Che per lunghi anni ognuno nel suo grado regni solo e supremo. Oh, se tutti gli ‘Alberghini’ fossero come questi ‘Cappuccini’, li terrei ben alti in stima.
La sorella, donna Luisa, suscitava ammirazione per bontà d’animo e piena disponibilità: capacissima ed instancabile ‘Ménagère’ che non dimenticava nulla: che aveva occhi dappertutto, diventava suora di carità in quelle tristi occasioni, che non possono mancare fra gli ospiti di un grande Albergo. Devota per vera religiosità, raccolse le benedizioni dei ricchi, come dei poveri, che ebbero occasione di conoscere la nobiltà della sua anima”(Baum).
Francesco era “il ‘Brillat Savarin’ del suo genere, fondatore della rinomanza universale dei maccheroni della casa, il quale dopo aver deliziato il palato dei suoi ospiti, la sera ne accarezzava gli orecchi con le più belle canzoni napolitane” (Baum).
A proposito della cucina del Cappuccini val la pena di riportare l’opinione del musicista Léo Delibes, che vi soggiornò insieme con la moglie: Molto lieto di registrare a mia volta il fascino tutto particolare di questo albergo. E’ intimo, confortevole, pulito e l’albergatore è di una cortesia perfetta. Aggiungerò che coloro che non hanno mangiato maccheroni qui non sospettano cosa sono.
[…] Andrew Carnegie, il famoso industriale e filantropo americano, in occasione della sua prima venuta al Cappuccini, il 14 dicembre 1892, lasciò questa annotazione: Vi è una sola ragione perché Amalfi non possa chiamarsi la prima, ed è che ne manca una seconda, essa sta da sé, sola, inarrivabile. Vi tornò il 25 maggio 1909 e aggiunse: La nostra seconda visita dopo quindici anni, tanto contenti di trovare il Cappuccini non cambiato, in questo mondo di cambiamenti.
Salvatore Di Giacomo, amico di Don Matteo, aveva potuto rendersi conto di persona che: chi mette piede all’albergo dei Vozzi, rifatto, da prima, dalla fatica di venti chilometri di carrozza da Cava ad Amalfi, tra la polvere e i baci troppo concenti del sole, trova nella solitudine confortante di questo luogo delizioso non so quale dolcezza” che, smaltita la stanchezza del viaggio, “lo mette in una lunga contemplazione e gli fa credere che solamente quassù, al rezzo d’una spalliera verdeggiante e fiorita, lontano da’ rumori e dagli affanni dei grandi centri civili, la vita sia un bene e siano la pace e il silenzio una necessità per lo spirito, un riposo dell’anima.
Andrea Vozzi, ultimo dei fratelli, morì nel 1916. Baum lo ricorda buono, di anima nobile e di mente arguta, che dal suo romitorio aveva pure imparato a conoscere il mondo piccolo e grande e la gente che da tutte le parti della terra veniva a chiedergli ospitalità. E rimpiange le serate passate nel suo piccolo studio, già cella di convento, in amichevole colloquio, meravigliato del giudizio maturo e ponderato sulle più varie cose del mondo, di quel vegliardo bello ed imponente, dallo sguardo penetrante, ma buono.
Morelli, in occasione dei suoi spostamenti ad Amalfi, alloggiava al Cappuccini, frequentato altresì da Gaetano Capone, che vi si recava per dipingere vedute della città, riprese dal viale fiorito dell’ex convento, per la gioia dei turisti. Nella figura ieratica del religioso, appoggiato a una colonna o seduto alla panca che corre lungo il muretto di protezione, come appare in tanti quadri, qualcuno ha creduto di individuare, con un pizzico di fantasia, i tratti somatici del proprietario dell’albergo. E’ certo, invece, che
La storia del ‘Cappuccini’ è tutta nella pila di ‘libri’ in cui migliaia di viaggiatori, stranieri ed italiano, hanno segnato l’espressione delle loro sensazioni, costituendo così un’interessante e preziosa raccolta, che talora è un inno entusiastico alla bellezza dello spettacolo sublime; talvolta è una parola di riconoscenza alla gentilezza e alla cordialità dei proprietarii dell’albergo; e tal’altra in fine è il motto gioviale, che sgorga spontaneo dalla penna, quando l’animo è sereno ed il corpo rinfrancato (Antonello Oliva).
Gaetano Capone vi era di casa, grazie a
Morto
Al Cappuccini si arrivava a piedi, attraverso una scalinata di 193 gradini. L’ascensore è stato costruito, in maniera ardita, nel 1933. I clienti venivano trasportati su in portantina. Il proprietario di accoglieva in cima alla salita. Bello, dritto e solenne, scortato da due inservienti in tenuta turchina, Don Alfredo, con uno scialletto viola sulle spalle, accoglieva i forestieri. Dopo aver accennato un inchino, diceva: ‘Un vecchio infermo si alza dal proprio letto per dirvi bene arrivati ai Cappuccini’. A quelle magiche parole – commenta Afeltra - l’amore scoppiava improvviso e i clienti, anziché un giorno, rimanevano mesi e tornavano negli anni seguenti.»
Auguro alla nuova gestione di riportare l’albergo agli antichi splendori.
© Sigismondo Nastri







morte di mons. Angelo Rossini il 5 ottobre 1965.
presenti i vari preti della zona, chiede senz’altro (anche se “umilmente e rispettosamente”) che mons. Nuzzi si dimetta da amministratore apostolico. Il monsignore si guarda bene dall’accogliere la richiesta… In una successiva riunione il Capitolo suggerisce al Nuzzi di rinunziare a celebrare in cattedrale i riti di Pentecoste “onde evitare ulteriore inasprimento degli animi”. Il monsignore, naturalmente, si presenta. La gente, allora, si rifiuta di entrare in chiesa, i coristi della ‘Schola Cantorum’ si rifiutano di cantare, l’organista di suonare. Quando il vescovo appare davanti alla cattedrale, circondato da un nugolo di carabinieri, dalla folla si levano fischi e grida. I carabinieri intervengono per allontanare i contestatori, volano verso Nuzzi ortaggi di varia natura, c’è notevole trambusto. Alla fine si saprà che una cinquantina di persone sono state denunziate, non si sa bene per quali reati. Misura, questa, che non serve certo a calmare gli animi piuttosto sovreccitati di molti amalfitani».
Mezzogiorno”, quotidiano napoletano diretto da Alberto Consiglio. Si trattò, anche in questo caso, di un’impresa difficile perché le linee erano sovraccariche, disturbate o addirittura guaste. L’indomani, in prima pagina, mi trovai citato nel servizio firmato da Franco Bellomi: “Una drammatica telefonata continuamente interrotta – aveva scritto – ci è pervenuta dal nostro corrispondente Sigismondo Nastri, il quale ha potuto con molte difficoltà fornirci altri particolari sul disastro. A Maiori e Minori si registrano ingentissimi danni, mentre nulla è dato sapere sull’entità dei
danni e delle eventuali vittime a Tramonti, a causa dell’interruzione delle comunicazioni. A Maiori la furia delle acque ha distrutto il corso Reginna, abbattendo tutti i palazzi. Dai primi accertamenti, effettuati dalle squadre specializzate, si contano 15 vittime che sono state allineate nella Cappella della Chiesa Madre. Si suppone inoltre che molti altri cadaveri siano rimasti sotto le maceria…”.
Martino Avitabile, nato ad Agerola il 25 ottobre 1791. Appartenente a famiglia agiata, e amante dell’avventura, si era arruolato giovanissimo nell’esercito borbonico col grado di cannoniere, per passare poi nelle file napoleoniche agli ordini di Gioacchino Murat, meritando encomi
ripetutamente scritto – aggiunse – che la parola ‘scoperta’ non va intesa nel senso comune, ma in quello di apprezzamento: io non ho scoperto la Grotta, che era nota a centinaia di persone ancora viventi, pescatori, professionisti, artisti…, per i quali essa rappresentava una delle tante cavità naturali di cui è ricca
Mi riferisco a ‘Ngiulinella, Amalia ‘e Carruobbo, ‘A Rossella (foto a destra). Le loro immagini sono riprodotte in giornali di mezzo mondo.
invitato a Maiori per cantare nella Chiesa collegiata
A volte per raccontare la storia bastano le immagini. Come quella che pubblico qui, straordinaria e forse unica. Ritrae l'intero "staff" del Comune di Amalfi di mezzo secolo fa. Ad eccezione di Michele Carpino e Renzo Novella, che a quel tempo erano giovanissimi, e che saluto con affetto (ho lavorato fianco a fianco con loro per alcuni anni), tutti gli altri sono ormai consegnati alla nostra memoria collettiva. Persone che hanno lasciato una traccia indelebile per professionalità, senso del dovere, sensibilità e piena disponibilità nei confronti della cittadinanza.
affiancato dal segretario Boeri. Defilati, mio padre e, a destra, l'ing. Graziano Carrano, assessore comunale.
l’entusiasmo, l’impegno, come la prima volta a Pisa – quel lontano 1° luglio 1956 alla presenza del Capo dello Stato Giovanni Gronchi e del Ministro per
Tutto il materiale, racchiuso in due enormi bauli, venne affidato al camion “superveloce” di Cucù e alla stretta vigilanza di Quirino D’Amato. E, durante il viaggio, tra i tanti episodi che capitarono ce ne fu uno piuttosto divertente. Successe a Grosseto. Era quasi l’alba. Quirino aveva sorbito un caffè in un bar-motel e, per non lasciare troppo a lungo l’automezzo incustodito, si precipitò a raggiungerlo sfondando la vetrata che aveva scambiato per
Finalmente il corteo, tra squilli di tromba e rulli di tamburi, e gli Amalfitani furoreggiarono per i loro costumi – ricchi di sete e broccati, di velluti e stoffe preziose, di dalmatiche e mantelli, di stoloni e omerali trapunti d’oro – che risvegliavano “il fasto splendente della vita repubblicana negli anni difficili intorno al Mille quando, cioè, sul ceppo della tradizione imperiale bizantina, si innestavano gli influssi dell’Oriente arabo e asiatico accanto a quelli del mondo longobardo e normanno”.
L’anno successivo, il “testimone” della Regata passò ad Amalfi. Era la seconda edizione e, comunque, la prima che gli Amalfitani andavano a vivere in casa propria. Una ragione in più perché l’impegno della Civica Amministrazione, del Comitato organizzatore, dell’Azienda di soggiorno, dell’Ente provinciale per il turismo, della popolazione, divenisse veramente eccezionale. Palazzo San Benedetto si fece bello, si allungò
i “moduli” di Ferruccio Giovannini, tagliarono vittoriosi il traguardo lasciandosi dietro i Pisani, gli Amalfitani e i Genovesi.