sabato, 31 ottobre 2009

S’INAUGURA QUESTA SERA AD AMALFI IL GRAND HOTEL CONVENTO, ‘EREDE’ DEL VECCHIO CAPPUCCINI

S’inaugura oggi ad Amalfi il Grand Hotel Convento. E’ in sostanza, pur se con diverso nome, il ritorno sulla breccia del mitico Hotel Cappuccini, che passa, ampliato e ammodernato, dalla gestione Ajelli a quella della Nh Hotels. Amalfi ritrova così il suo più prestigioso biglietto da visita.

Avevo manifestato al sindaco il desiderio di partecipare alla cerimonia, ma Hotel Convento di Amalfinessun invito m’è arrivato. Non che ne avessi titolo, a parte quello di cronista che s'è occupato per oltre mezzo secolo delle vicende del comprensorio amalfitano; credo, però, di essere stato il solo a raccontare la storia di questo albergo, almeno quella che lo ha reso famoso nel mondo.

Nella monografia dedicata al pittore Gaetano Capone, pubblicata nel dicembre 2000 in occasione della mostra allestita a Salerno, palazzo sant’Agostino, c’è un mio lungo saggio (pp. 151-166) dal titolo “Il ‘romitorio’ dei Vozzi”.

Ne riporto qui qualche stralcio.

«[…] Ad Amalfi esercitavano attrazione gli edifici monastici trasformati in alberghi: il ‘Luna’, già convento di san Francesco, che la tradizione vuole fondato dal Poverello d’Assisi, gestito dalla famiglia Barbaro; e il ‘Cappuccini’, ex convento di san Pietro della Canonica, rilevato dalla famiglia Vozzi nel 1826. Uno dei primi avventori dovette essere August von Platen, autore, nel 1827, di una poesia che è una dichiarazione d’amore per Amalfi: E’ giorno di festa, e animate sono celle e corridoi del convento, che dal dirupo, nei pressi della bella Amalfi, domina il mare e monti e all’occhio gradevolmente concede di spaziare ai propri piedi il mare e verso l’alto cime angolose, qua e là ripide terrazze, dove la vite si avvinghia in pergolato. Ma né monaci vi hanno più dimora, né antiche corali risuonano nella volta della chiesa a ridestare l’eco del chiostro

Da qui – annotò nel 1840 la compositrice tedesca Fanny Mendelssohn – si ha una veduta celestiale sul mare, la città e le montagne da ogni finestra e soprattutto dalla terrazza, dove noi ci trattenevamo di sera. Un bel chiostro, una grande grotta, le piccole celle, in ognuna delle quali c’è posto per un solo letto, secondo l’uso dei monaci, tutto ciò è straniero ed accresce l’impressione del luogo meraviglioso. E’ proprio il ‘Cappuccini’, arroccato, a mezza costa, sullo strapiombo che dà sul porto, a far da polo di attrazione per gli artisti: tra questi, Théodore Aligny, Jules Louis Philippe Coignet, Johann Joachim Faber, Ernst Fries, Karl August Lindemann-Frommel, Joseph Rebell, Charles Rémond, Ludwig Richter, Johann Heinrich Schilbach, Rupolph Schick, Frans Vervloet. Oltre a Gonsalvo Carelli, Ercole e Giacinto Gigante, l’intera scuola dei ‘posillipisti’. C’è chi ritiene che anche Camille Corot ed Edgard Degas siano passati di qui.

L’ospitalità della famiglia Vozzi aveva conquistato una fama che oltrepassava i confini nazionali. Ed era tale il desiderio di rendersi amica la loro clientela che chi entrava nella loro casa la doveva lasciare, sempre, non solo soddisfatto dell’ottimo trattamento materiale, ma spesso avvinto dalle affettuose attenzioni dei padroni. E più videro burbero e difficile lo straniero, più impegno misero per contentarlo, per conquistare la sua benevolenza (Ernesto Baum).

Gregorio Vozzi, al quale si deve la trasformazione del vecchio convento in locanda, nel 1826, aveva un alto concetto morale dei suoi doveri di ospitalità (Baum). Il 4 dicembre 1840 l’edificio dovette essere restituito ai frati. L’albergo fu trasferito in una casa situata nella zona portuale, abbattuta nel 1908. Alla soppressione degli ordini religiosi, nel 1866, il comune insediò nell’ex convento una scuola nautica. Nel 1882, finalmente, i Vozzi ne rientrarono in possesso.

Alla morte di Gregorio la gestione fu assunta dai figli Francesco, Matteo e Andrea. Ecco come nell’ottobre 1853, un turista inglese, rimasto anonimo, li descrive nel libro dei forestieri che raccoglie le osservazioni degli ospiti: Questi tre giovani fratelli, bisogna convenire, si sono divisi il lavoro assai bene. E delle loro fatiche approfitta l’avventore, perché il servizio procede eccellente. Il primo porta un anello, e gli piace il canto, e se lo gradite, egli volentieri canterà un duetto con suo fratello il cuoco. Il secondo è destinato a fare il cameriere e, quando la sua personcina elegante coi baffetti vi porge i piatti, è un tema degno da mettere in versi. Ma ohimé questi due maggiori son chiodi in confronto al loro ‘frère de cuisine’; che arrosti, che frutti, che dolci deliziosi, e il ragazzo non conta che 17 anni. Che per lunghi anni ognuno nel suo grado regni solo e supremo. Oh, se tutti gli ‘Alberghini’ fossero come questi ‘Cappuccini’, li terrei ben alti in stima.

La sorella, donna Luisa, suscitava ammirazione per bontà d’animo e piena disponibilità: capacissima ed instancabile ‘Ménagère’ che non dimenticava nulla: che aveva occhi dappertutto, diventava suora di carità in quelle tristi occasioni, che non possono mancare fra gli ospiti di un grande Albergo. Devota per vera religiosità, raccolse le benedizioni dei ricchi, come dei poveri, che ebbero occasione di conoscere la nobiltà della sua anima”(Baum).

Francesco era “il ‘Brillat Savarin’ del suo genere, fondatore della rinomanza universale dei maccheroni della casa, il quale dopo aver deliziato il palato dei suoi ospiti, la sera ne accarezzava gli orecchi con le più belle canzoni napolitane” (Baum).

A proposito della cucina del Cappuccini val la pena di riportare l’opinione del musicista Léo Delibes, che vi soggiornò insieme con la moglie: Molto lieto di registrare a mia volta il fascino tutto particolare di questo albergo. E’ intimo, confortevole, pulito e l’albergatore è di una cortesia perfetta. Aggiungerò che coloro che non hanno mangiato maccheroni qui non sospettano cosa sono.

[…] Andrew Carnegie, il famoso industriale e filantropo americano, in occasione della sua prima venuta al Cappuccini, il 14 dicembre 1892, lasciò questa annotazione: Vi è una sola ragione perché Amalfi non possa chiamarsi la prima, ed è che ne manca una seconda, essa sta da sé, sola, inarrivabile. Vi tornò il 25 maggio 1909 e aggiunse: La nostra seconda visita dopo quindici anni, tanto contenti di trovare il Cappuccini non cambiato, in questo mondo di cambiamenti.

Salvatore Di Giacomo, amico di Don Matteo, aveva potuto rendersi conto di persona che: chi mette piede all’albergo dei Vozzi, rifatto, da prima, dalla fatica di venti chilometri di carrozza da Cava ad Amalfi, tra la polvere e i baci troppo concenti del sole, trova nella solitudine confortante di questo luogo delizioso non so quale dolcezza” che, smaltita la stanchezza del viaggio, “lo mette in una lunga contemplazione e gli fa credere che solamente quassù, al rezzo d’una spalliera verdeggiante e fiorita, lontano da’ rumori e dagli affanni dei grandi centri civili, la vita sia un bene e siano la pace e il silenzio una necessità per lo spirito, un riposo dell’anima.

Andrea Vozzi, ultimo dei fratelli, morì nel 1916. Baum lo ricorda buono, di anima nobile e di mente arguta, che dal suo romitorio aveva pure imparato a conoscere il mondo piccolo e grande e la gente che da tutte le parti della terra veniva a chiedergli ospitalità. E rimpiange le serate passate nel suo piccolo studio, già cella di convento, in amichevole colloquio, meravigliato del giudizio maturo e ponderato sulle più varie cose del mondo, di quel vegliardo bello ed imponente, dallo sguardo penetrante, ma buono. Don Andrea aveva gran passione per il giardino […] Una volta Domenico Morelli, il celebre pittore, passeggiando in giardino con Don Andrea, gli osservò che alcuni alberi di prugne guastavano l’effetto d’insieme del giardino e che sarebbe stato meglio toglierli. All’alba dell’indomani Don Andrea già si trovò in giardino per mettere in atto quel suggerimento del suo illustre ospite, che alzatosi non nascose la sua sorpresa, trovando che così presto si era fatto tesoro del suo consiglio (Baum).

Morelli, in occasione dei suoi spostamenti ad Amalfi, alloggiava al Cappuccini, frequentato altresì da Gaetano Capone, che vi si recava per dipingere vedute della città, riprese dal viale fiorito dell’ex convento, per la gioia dei turisti. Nella figura ieratica del religioso, appoggiato a una colonna o seduto alla panca che corre lungo il muretto di protezione, come appare in tanti quadri, qualcuno ha creduto di individuare, con un pizzico di fantasia, i tratti somatici del proprietario dell’albergo. E’ certo, invece, che Don Andrea amava farsi fotografare, avvolto nel suo pesante mantello, assumendo gli atteggiamenti del finto frate, dalla folta barba fluente, preso a modello dai pittori. Questo singolare monaco aveva affascinato il poeta statunitense Henry Longfellow (che alloggiò al Cappuccini nell’aprile 1869): Alto il convento, di vigneti opimo / e di terre signor, s’alza da lungi. / Dal vial de la verde ampia terrazza / un monaco con giunte man si sporge / soddisfatto, placido, sereno.

La storia del ‘Cappuccini’ è tutta nella pila di ‘libri’ in cui migliaia di viaggiatori, stranieri ed italiano, hanno segnato l’espressione delle loro sensazioni, costituendo così un’interessante e preziosa raccolta, che talora è un inno entusiastico alla bellezza dello spettacolo sublime; talvolta è una parola di riconoscenza alla gentilezza e alla cordialità dei proprietarii dell’albergo; e tal’altra in fine è il motto gioviale, che sgorga spontaneo dalla penna, quando l’animo è sereno ed il corpo rinfrancato (Antonello Oliva).

Gaetano Capone vi era di casa, grazie a Don Andrea Vozzi che gli aveva dato pure la disponibilità di un piccolo vano al piano inferiore dell’edificio. Metteva in mostra i suoi dipinti – olii, acquerelli, disegni – lungo la scalinata o sul viale, quando le condizioni meteorologiche lo consentivano. Non di rado gli veniva chiesto di fare dei ritratti: uno è quello di William Edward Gladstone, che dimorò nel celebre albergo nel febbraio del 1889. Lo statista inglese, allora ottantenne, ma forte e robusto, anche lui entusiasta della sovrana bellezza di questi lidi, celebrò dopo il pranzo Amalfi ed i Cappuccini in uno dei suoi scintillant ‘Speech’ (Baum). Una memoria dell’avvenimento è nei due disegni di Pietro Scoppetta pubblicati da “L’Illustrazione Italiana”.

Morto Don Andrea, toccò al figlio Alfredo, ultimo rampollo della famiglia Vozzi, farsi carico della conduzione dell’albergo. Racconta Gaetano Afeltra che era un uomo alto, magro, biondo ancora in tarda età, dal portamento signorile, vestito con una eleganza sobria e un po0’ négligée, pieno di charme, poliglotta, somigliante per metà a Lawrence d’Arabia e per metà al Kaiser, era amico di re, di poeti, di scienziati e di artisti. Oggi si direbbe un gran manager: niente affatto, solo uno stravagante padrone di casa, pieno di fascino. Tale era la simpatia che ispirava che per un Capodanno si dettero convegno quattro re che aspettarono mezzanotte del 31 dicembre insieme a Salvatore Di Giacomo e Guglielmo Marconi, questi ultimi ospiti abituali di Don Alfredo. Una reggia e un’accademia di arte e di scienza? Tutt’altro. Solo una casa di amici.

Al Cappuccini si arrivava a piedi, attraverso una scalinata di 193 gradini. L’ascensore è stato costruito, in maniera ardita, nel 1933. I clienti venivano trasportati su in portantina. Il proprietario di accoglieva in cima alla salita. Bello, dritto e solenne, scortato da due inservienti in tenuta turchina, Don Alfredo, con uno scialletto viola sulle spalle, accoglieva i forestieri. Dopo aver accennato un inchino, diceva: ‘Un vecchio infermo si alza dal proprio letto per dirvi bene arrivati ai Cappuccini’. A quelle magiche parole – commenta Afeltra - l’amore scoppiava improvviso e i clienti, anziché un giorno, rimanevano mesi e tornavano negli anni seguenti.»

Auguro alla nuova gestione di riportare l’albergo agli antichi splendori.

© Sigismondo Nastri

       

postato da: mondosigi alle ore 17:01 | Permalink | commenti (1)
categoria:storia
sabato, 29 novembre 2008

ACCADDE NEL 1971, QUANDO AMALFI NON VOLEVA DIVENTARE UNA DIOCESI DI SERIE B

 

L’arcidiocesi di Amalfi era rimasta senza un vescovo residenziale dopo la ROSSINI mons. ANGELOmorte di mons. Angelo Rossini il 5 ottobre 1965. La Santa Sede sopperì a questa mancanza, nel 1966, inviando un amministratore apostolico: il domenicano mons. Angelo Raimondo Verardo e, dopo la nomina di questi a vescovo di Ventimiglia, nel 1968, mons. Jolando Nuzzi, vescovo di Campagna, poi trasferito a Nocera. Ad Amalfi, all’inizio del 1971, cresceva la preoccupazione: si sapeva che il Vaticano stava riesaminando l’assetto di tutte le diocesi con l’intenzione di abolire quelle che non arrivavano a centomila anime. Quindi, anche la nostra.

Il Consiglio presbiteriale e il Capitolo Cattedrale, riuniti in assemblea, manifestarono, con un telegramma,  «il profondo rammarico per mancata provvista arcivescovo residenziale anche Archidiocesi amalfitana, in grave disagio per ormai lunga amministrazione apostolica». C’era stato il salvataggio di Acerenza, dove era stato nominato un nuovo vescovo. Perché non poteva avvenire la stessa cosa per Amalfi?

Si diede vita a un comitato diocesano, composto dall'onorevole Francesco Amodio, massimo esponente del territorio a livello istituzionale e politico, dai sindaci, e dai rappresentanti del Capitolo Cattedrale, del Consiglio presbiteriale, dei Consigli pastorali, dell’Azione Cattolica, e finanche delle aziende di soggiorno e turismo (la commistione tra fede e turismo, ahimé, è un dato permanente, come dimostrano le feste patronali). Un ordine del giorno si fece interprete – scrisse Filippo Jovieno sul Roma, in data 20 aprile – «del turbamento e della delusione che ha preso tutti, essendo l’Archidiocesi di Amalfi ancora priva del suo Vescovo, pur vantando una tradizione gloriosa e ultramillenaria collegata ai grandi avvenimenti della storia e della cristianità».

La situazione cominciò a degenerare l’8 maggio, dopo la funzione in cattedrale, nella ricorrenza della traslazione del corpo di sant’Andrea da Costantinopoli ad Amalfi. «La statua del Santo Patrono – cito Il Mattino del 9 maggio – era giunta, seguita dai fedeli, al limite dell’atrio per la rituale benedizione, quando all’improvviso i portatori hanno preso a discendere la scalea dando inizio, senza la presenza del clero, ad una processione per le vie cittadine. Molta gente con cartelli si è posta davanti alla statua. Vi si leggevano frasi come "L’apostolo Andrea invoca dal fratello Pietro il vescovo residenziale ad Amalfi", "I comuni della costiera vogliono il loro proprio pastore", "Il popolo della costiera non permetterà mai l’unione della diocesi di Amalfi con quella di Nocera"». Si temeva che questo potesse verificarsi proprio in conseguenza del trasferimento di monsignor Nuzzi, amministratore apostolico di Amalfi, dalla sede vescovile di Campagna a quella di Nocera dei Pagani, avvenuto nel mese di gennaio.

«Ad Amalfi hanno letteralmente perduto la bussola» fu il commento di Niccolò D’Amico sul Roma dell’11 maggio. «Manifesti, cortei, cartelli e striscioni. Ma era una processione religiosa oppure un comizio di metallurgici in sciopero? L’effetto, in verità, era molto strano. Ma sembra che di stranezze siano disposti a farne anche altre, nel tentativo di scongiurare il pericolo del vescovo a… mezzadria».

Sul Mattino del 20 maggio Luigi de Stefano riferì che il sindaco di Amalfi, avvocato Costantino Porpora, e quello di Atrani, professore Andrea Di Benedetto, s’erano fatti portavoce presso monsignor Gaetano Pollio, arcivescovo primate di Salerno, della «profonda amarezza dei cittadini della Costiera per l’inspiegabile silenzio con cui continuano ad essere accolte le numerose istanze da parte della Sacra Congregazione dei Vescovi, della Segreteria di Stato e della presidenza della CEI». Se proprio ci doveva essere un accorpamento con altra diocesi - gli avevano detto -, sarebbe stato più idoneo farlo con quella di Cava de’ Tirreni «non solo perché le rispettive popolazioni sono egualmente interessate al fenomeno turistico, per cui hanno in comune problemi sia economici che pastorali, ma anche perché le due città hanno da tempo in comune la Tenenza dei Carabinieri, la Circoscrizione didattica, quella sanitaria e politicamente appartengono anche allo stesso collegio senatoriale».

Il 30 maggio, festa della Pentecoste, la cattedrale di Amalfi rimase quasi deserta durante la messa vespertina. «I fedeli – leggo nella cronaca di Luigi de Stefano sul Mattino del 4 giugno – sono restati all’esterno, sistemati sulla maestosa scalea del Duomo facendo mostra di vistosi cartelli… E’ stata questa la terza manifestazione pubblica, dopo le petizioni, le suppliche, le richieste inviate alla Santa Sede… All’ora stabilita per la S. Messa che doveva essere celebrata dall’Amministratore Apostolico mons. Jolando Nuzzi, attuale Vescovo di Nocera dei Pagani, la folla ha invaso l’atrio del Duomo che il Presule avrebbe dovuto attraversare per raggiungere la Cattedrale. Vi sono stati dei momenti di incertezza, nel timore che la manifestazione avesse potuto degenerare, ma, alla fine, mons. Nuzzi ha potuto entrare nel Duomo garantito, del resto, anche dalla presenza della forza pubblica». Un servizio sull’Unità dell’8 giugno, firmato da Felice Piemontese, andò oltre: «A una riunione della Conferenza episcopale regionale a Scala si presentano alcune decine di amalfitani con innocui cartelli richiedenti la nomina del vescovo. Intervengono in forze i carabinieri che, con le armi spianate (circostanza confermataci da numerosi testimoni) allontanavano i manifestanti, strappavano i cartelli. Dopo questo episodio il Capitolo metropolitano, l’organismo in cui sono NUZZI S.E. Mons. JOLANDOpresenti i vari preti della zona, chiede senz’altro (anche se “umilmente e rispettosamente”) che mons. Nuzzi si dimetta da amministratore apostolico. Il monsignore si guarda bene dall’accogliere la richiesta… In una successiva riunione il Capitolo suggerisce al Nuzzi di rinunziare a celebrare in cattedrale i riti di Pentecoste “onde evitare ulteriore inasprimento degli animi”. Il monsignore, naturalmente, si presenta. La gente, allora, si rifiuta di entrare in chiesa, i coristi della ‘Schola Cantorum’ si rifiutano di cantare, l’organista di suonare. Quando il vescovo appare davanti alla cattedrale, circondato da un nugolo di carabinieri, dalla folla si levano fischi e grida. I carabinieri intervengono per allontanare i contestatori, volano verso Nuzzi ortaggi di varia natura, c’è notevole trambusto. Alla fine si saprà che una cinquantina di persone sono state denunziate, non si sa bene per quali reati. Misura, questa, che non serve certo a calmare gli animi piuttosto sovreccitati di molti amalfitani».

Sull’episodio il Capitolo metropolitano si precipitò a emanare un comunicato col quale espresse «tutta la sua profonda deplorazione, non disgiunta da vivo dolore, per l’offesa derivata alla dignità episcopale», sostenendo però «che gli eccessi della manifestazione trovano una spiegazione nell’atteggiamento dell’amministratore apostolico, monsignor Jolando Nuzzi (sic!)». Nessuna solidarietà, quindi, al presule.

Felice Piemontese, nel suo articolo, attaccava duramente l’amministratore apostolico,  e non solo per le temute trame, tese a unificare le due diocesi: «Pare, ad esempio, che per qualche antiquario amico del monsignore sia diventato straordinariamente facile fare affari d’oro: antichissimi e preziosi organi, artistiche cancellate, urne cinerarie, dipinti, sono presi dalle chiese, pagati poche centinaia di migliaia di lire e rivenduti subito dopo per milioni». Accusa ripresa pari pari da Giuseppe Liuccio sull’Avanti dell’11 giugno: «si dice che monsignor Jolando Nuzzi abbia una particolare predilezione per gli antiquari, una vocazione poco attinente alla cura d’anime se è vero che avrebbe a che fare con la vendita di urne cinerarie, inginocchiatoi, pregevoli cori e artistiche cancellate che avrebbero abbandonato il silenzio mistico delle antiche chiese della costiera amalfitana per il mondo più prosaico ma più redditizio del commercio dei rigattieri». Accusa, comunque, formulata sempre col verbo coniugato al condizionale, secondo un consolidato stile giornalistico. Con l’entrata in campo dell’Unità, organo del partito comunista, e dell’Avanti, quotidiano del partito socialista, una questione di chiesa si trasformò in questione politica.

Mons. Nuzzi peccò  di leggerezza nel segnalare ai parroci l’antiquario (o rigattiere), autorizzandoli a cedere cose vecchie. Non credo, però, che intendesse svuotare le chiese da pezzi d’antiquariato. Può darsi che sia stato frainteso. O no? Qualcosa certamente andò storto, se qualcuno diede mano a smontare balaustre o antichi cori.

Nel “rileggere” oggi la vicenda, che comunque non ci fa onore, mi sembra di capire che a spargere benzina sul fuoco,  con la pesante interferenza di certi ambienti  locali,  sia stato proprio il Consiglio pastorale facendo circolare, qualche giorno prima, un volantino, nel quale si accennava persino a una frattura creatasi all’interno del clero. Si  riteneva, infatti, che mons. Nuzzi stesse spingendo per l’accorpamento della diocesi di Amalfi a quella Nocerina. “Si può affermare, senza offesa  di offendere la verità – si domandava il documento del Consiglio pastorale -, che un vescovo sia in grado di esercitare efficacemente i suoi compiti pastorali in una diocesi che comprenda la Costiera amalfitana e l’Agro Nocerino? E che possa provvedere, nel modo più perfetto possibile, alla salvezza dei fedeli di queste due ampie, eppur distanti Diocesi, che tra l’altro sono separate dai monti? E che, preposto a questa porzione del popolo di Dio, di cui egli è il pastore, in nome del Signore possa esercitare in pieno la sua triplice funzione quale è quella dell’insegnamento e della santificazione e del governo?”.

L’anno seguente (1972) l'arcidiocesi di Amalfi fu unita “in persona episcopi” (mons. Alfredo Vozzi, che al titolo di vescovo di Cava aggiunse quello di arcivescovo di Amalfi, fino al 1982; poi, mons. Ferdinando Palatucci, già vescovo di Lamezia Terme) alla diocesi di Cava de' Tirreni. Nel 1986 entrambe furono fuse nella nuova arcidiocesi di Amalfi-Cava de' Tirreni (guidata ancora da mons. Palatucci, fino al 1990). La conclusione di questa pagina di storia amalfitana (ricostruita dai giornali dell'epoca:  la affido ai ricercatori di professione perché possa essere approfondita, corretta e integrata attraverso l'esame di documenti ufficiali) ricalca quella delle vecchie favole per bambini: "tutti felici e contenti". Compreso, credo,  mons. Nuzzi, liberatosi (con le dimissioni) da un ambiente che lo aveva accolto con diffidenza già dal primo giorno del suo ministero.

© Sigismondo Nastri

 

 

postato da: mondosigi alle ore 14:06 | Permalink | commenti
categoria:storia
mercoledì, 29 ottobre 2008

QUEL NATALE DEL 1970 AD AMALFI… QUANDO IL VESCOVO NEGO’ LA BENEDIZIONE COL BAMBINO GESU’

 

Lasciamo stare i parroci… Ci sono anche vescovi che, in occasione delle feste, si deliziano ad assistere a uno spettacolo pirotecnico o addirittura si mettono a fare la conta delle bombe da tiro lanciate verso il cielo. A Mons. Ercolano Marini, arcivescovo di Amalfi per trent’anni, dal 1915 al 1945,  i fuochi d'artificio non piacevano, e lo dichiarava pubblicamente, perché richiamavano nella sua mente gli orrori delle guerre.

Non amava gli spari neppure Mons. Jolando Nuzzi, vescovo di Campagna, poi di Nocera-Sarno, che fu amministratore apostolico della nostra arcidiocesi NUZZI S.E. Mons. JOLANDOdal 1968 al 1972. Tanto che la notte di Natale del 1970 arrivò a definire l’esplosione dei fuochi “un miserando spettacolo”. Dopo che, in una lettera, aveva già manifestato al sindaco del tempo, Costantino Porpora, la sua avversità, facendo proprio il giudizio espresso dalla rivista Time, nel 1969, sui botti sparati ad Amalfi: “eccessivi”.

Quella notte di Natale, cito una cronaca di Crescenzo Guarino sul Corriere della sera dell’8 gennaio 1971, “il tradizionale rito si svolse, fin dall’inizio, regolarmente: quando le campane suonarono l’ora, il vescovo, reggendo in braccio la statua del Bambino Gesù (una preziosa scultura del Settecento), uscì sul porticato che domina l’alta scalea, gremita di popolo. Ma non aveva ancora messo i piedi fuori, che dalla piazza si levò come un temporale: centinaia e centinaia di grossi petardi venivano accesi, con fragore di tuono. Immediatamente, monsignor Nuzzi si girò e, pallido, senza benedire nessuno, rientrò di corsa nel duomo ritornando presso l’altare per officiare il pontificale solenne, assistito dall’intero Capitolo. A sua volta, la folla, esasperata dalla mancata benedizione (che si usa da secoli e secoli), si astenne, compatta, dal recarsi in chiesa. E per la prima volta la Messa di Natale fu celebrata nella cattedrale di Amalfi senza un solo fedele. Né fu tutto, perché il più doveva ancora accadere. Infatti, quando i sacerdoti erano giunti al Gloria, un folto gruppo di scalmanati salì in sacrestia per impadronirsi con la forza del Bambino Gesù e dare essi la benedizione, senza il clero (cosa già capitata con sant’Andrea, nel 1945. Ved. in questo stesso blog: Briciole di storia. N.d.r.). Ma il Bambino stava nella culla del presepe presso l’altare maggiore, ed il senso di profondo rispetto per il luogo sacro impedì ai facinorosi di attuare il loro colpo di mano”.

La sera del 6 gennaio 1971, in occasione della discesa della stella cometa dal monte Tabor, il vescovo tornò ad affacciarsi sull’atrio del duomo, benedicendo la folla col Bambinello Gesù. “Ma aveva appena terminato, che dalla piazza saliva, con un fuoco infernale di botti, un fumo bianco e acre”. Eppure, tra Natale e l’Epifania c’era stato un serrato confronto tra il vescovo, le autorità municipali, i rappresentanti dei cittadini. Un manifesto – leggo ancora nell’articolo di Crescenzo Guarino - aveva invitato la cittadinanza “ad accendere solo bengala e ‘scherzi’ pirotecnici, sia per rispetto degli autentici valori religiosi che di quelli artistici, evitando ulteriori danni al ROSSINI mons. ANGELOduomo”.

Macché. In quel comportamento sicuramente irrispettoso dell’autorità ecclesiastica, se non proprio blasfemo, c’erano i primi segnali di protesta nei confronti della Santa Sede per la mancata nomina di un vescovo residenziale, dopo la morte di Mons. Angelo Rossini avvenuta nel 1965 (dal 1966 al 1968 la diocesi era stata amministrata da Mons. Angelo Raimondo Verardo, che non era vescovo). Protesta che poi ebbe modo di inasprirsi ulteriormente, come cercherò di raccontare.

© Sigismondo Nastri

 

postato da: mondosigi alle ore 15:28 | Permalink | commenti
categoria:storia
venerdì, 24 ottobre 2008

MAIORI, IL RICORDO TERRIBILE DELL’ALLUVIONE DEL 24-25 OTTOBRE 1954

 

Domattina, sabato, alle ore 4,05 - me lo ricorda cortesemente l’amico e collega Alfonso Bottone -, la rubrica di storia “Il calendario degli italiani”, che Radiouno-Rai manda in onda ogni giorno, sarà dedicata all’alluvione che, cinquantaquattro anni fa, causò lutti e rovine a Maiori, Minori, Vietri sul Mare, Salerno.

Quella mattina del 25 ottobre 1954, giovane (e inesperto) corrispondente di provincia, mi trovai catapultato sul luogo che mostrava, più che altrove, almeno per ciò che riguarda la Costiera, i segni della tragedia consumatasi nel cuore della notte. La sera precedente ero stato ad assistere a una movimentata seduta del consiglio comunale ad Amalfi, protrattasi fino a ora tarda. Pioveva a dirotto. Arrivai a casa – abitavo nella Valle dei Mulini – inzuppato come un pulcino appena nato. Forse per l’acqua che batteva sui vetri delle finestre, per il rimbombo dei tuoni, dormii poco. Uscii di casa all’alba e, appena arrivato in piazza, seppi che “un’alluvione aveva distrutto Maiori”. Non persi tempo. Montai a bordo di un camioncino che stava caricando  pane da portare a quella sventurata popolazione. Si stava già  mettendo in moto l’opera di soccorso, coordinata dal sindaco di Amalfi, Francesco Amodio, e da mons. Mario Di Lieto, delegato della Pontificia Opera di Assistenza. L’automezzo, sul quale avevo preso posto, dovette fermarsi a Minori. Non c’era possibilità di proseguire in quell’immenso mare di detriti e fango.

A Maiori ci arrivai a piedi, con fatica. Guardai in giro e mi venne da piangere. Vidi i cadaveri recuperati tra le macerie, assistetti alla ricerca affannosa di poveri corpi straziati, cercai di raccogliere delle testimonianze; poi, tornato ad Amalfi, corsi a telefonare al giornale di cui ero corrispondente da poco: “Il Il MezzogiornoMezzogiorno”, quotidiano napoletano diretto da Alberto Consiglio. Si trattò, anche in questo caso, di un’impresa difficile perché le linee erano sovraccariche, disturbate o addirittura guaste. L’indomani, in prima pagina, mi trovai citato nel servizio firmato da Franco Bellomi: “Una drammatica telefonata continuamente interrotta – aveva scritto – ci è pervenuta dal nostro corrispondente Sigismondo Nastri, il quale ha potuto con molte difficoltà fornirci altri particolari sul disastro. A Maiori e Minori si registrano ingentissimi danni, mentre nulla è dato sapere sull’entità deiMezzogiorno danni e delle eventuali vittime a Tramonti, a causa dell’interruzione delle comunicazioni. A Maiori la furia delle acque ha distrutto il corso Reginna, abbattendo tutti i palazzi. Dai primi accertamenti, effettuati dalle squadre specializzate, si contano 15 vittime che sono state allineate nella Cappella della Chiesa Madre. Si suppone inoltre che molti altri cadaveri siano rimasti sotto le maceria…”.

Alla fine i morti furono 54: tre a Minori, 37 a Maiori, 14 a Tramonti.Maiori_alluvione del 1954

L’immagine del corso Reginna, che presento qui, documenta lo scenario di quella terribile mattina. La foto, inedita, fu scattata da un bravo fotografo dilettante, il cavaliere Giulio Bianchi, direttore del dazio ad Amalfi.

© Sigismondo Nastri

 

 

 

postato da: mondosigi alle ore 10:17 | Permalink | commenti (1)
categoria:storia
mercoledì, 01 ottobre 2008

ABU TABELA, L'AFGHANO DI AGEROLA

Ho letto da qualche parte che le mamme afghane, per tenere calmi i figliuoli, adoperano (più o meno) questa espressione: “Fa’ il bravo, sennò chiamo Abu Tabela (credo che si pronunci Tàbela con l’accento sulla prima a), storpiatura, secondo me,  del cognome Avitabile. Su un sito web leggo, invece, che Abu Tabela vuol dire “Padre Tabela” e resto alquanto perplesso. Il pensiero va subito alle nostre madri (mi riferisco, ovviamente, alla mia generazione, quella di un ultrasettantenne), che ci tenevano buoni con la minaccia di chiamare l’uomo nero o il “mammòne” (immaginato come un essere mostruoso). Questo Abu Tabela, che ancora è capace di incutere terrore in Afghanistan, dove di paura si vive ogni giorno (lo sanno bene i nostri soldati, mandati lì a mettere ordine), era Paolo Crescenzo AVITABILE gen. PAOLO - Abu TabelaMartino Avitabile, nato ad Agerola il 25 ottobre 1791. Appartenente a famiglia agiata, e amante dell’avventura, si era arruolato giovanissimo nell’esercito borbonico col grado di cannoniere, per passare poi nelle file napoleoniche agli ordini di Gioacchino Murat, meritando encomi  e anche una medaglia.

Caduto Napoleone a Waterloo, scelse di imbarcarsi per l’oriente per porsi al servizio del re di Persia. Questi gli affidò  un compito delicato:  costringere i Curdi a pagare le tasse. Avitabile ci seppe fare talmente bene che si guadagnò la promozione a colonnello e addirittura - con una iniziativa del tutto personale - a generale.

Passò, quindi, alla corte di Ranjit Singh, maharajà sikh del Punjab (stato nel nord-ovest dell’India), che lo nominò governatore della città di Peshawar. Abu Tabela si distinse per una ferocia incredibile: tanto da indurre ladri e briganti a squagliarsela. Quelli che riusciva a catturare venivano squartati, gettati dall’alto dei minareti o impiccati. Fece tagliare le cime dei minareti della moschea di Mahabat Khan per agevolare il lavoro di chi era addetto a scaraventare giù la gente. Gli stessi cittadini benestanti subirono angherie e torture:  un modo per estorcere loro danaro. ”Freddo, gentile, compassato – ho letto da qualche parte -, usava alzarsi da tavola tra una portata e l’altra per ‘ristorarsi’ assistendo brevemente a qualche tortura”.

Quando, nel 1839, gli inglesi organizzarono l’invasione dell’Afghanistan, fecero leva sulla sua collaborazione.  In cambio gli consentirono di trasferire le centinaia di migliaia di rupie, che aveva messo da parte, presso la Banca d’Inghilterra. Al ritorno in Europa, nel 1843, si recò prima a Parigi per essere insignito della Legion d’onore, poi a Londra, dove fu ricevuto dal duca di Wellington, il vincitore di Napoleone a Waterloo, già primo ministro di Sua maestà britannica.

Stefano Malatesta, il giornalista di Repubblica che nel 2002 ha dedicato un bel saggio a questo “napoletano che domò gli afghani”, gli riconosce doti politiche finissime.

Tra i tanti regali che Avitabile portò da Londra ad Agerola vi furono un torello, due vacche gravide e una vitella di razza Jersey, dalla quale  ottenne, grazie a un abile lavoro di incrocio con le razze presenti sul territorio (in particolare, la Bruna e la Podalica), la mucca denominata “Agerolina”, ora in via di estinzione (ma è in atto un progetto per salvarla), che dà latte di qualità eccezionale, utilizzato dalle aziende casearie locali per la produzione del  “fior di latte” e del famoso “provolone del Monaco”. Avviò la costruzione di un imponente castello, mai completato, su una roccia a strapiombo sul mare. Si adoperò, con la sua autorità,  per far trasferire Agerola dalla provincia di Salerno a quella di Napoli. Cosa che avvenne nel 1844. Non fu una operazione commendevole, perché staccò quel comune dal comprensorio di appartenenza, la Costiera amalfitana. Oggi sono in molti coloro che vorrebbero instaurare un processo all’incontrario. Morì il 28 marzo 1850, a cinquantanove anni. Era giovedì santo e stava mangiando del capretto arrostito servitogli dalla nipote non ancora ventenne, da lui sposata nella speranza di mettere al mondo un erede. Complice l’amante, garzone di farmacia, la ragazza - così si racconta - decise di liberarsene, aggiungendo una buona dose di veleno alla ghiotta pietanza.

Una lapide lo ricorda "Luogotenente-Generale / Cavaliere della Legion d'Onore / Dell'Ordine di Merito di San Ferdinando di Napoli / Dell'Ordine Durrani dell'Afghanistan / Grande cordone del Sole e dei Due Leoni e della Corona di Persia / Dell'Ordine dell'Auspicio del Punjab / Uomo di onore e gloria senza paragoni".

Sigismondo Nastri

 

postato da: mondosigi alle ore 20:10 | Permalink | commenti (1)
categoria:storia
sabato, 27 settembre 2008

RUGGIERO FRANCESE E LA “SCOPERTA” DELLA GROTTA DELLO SMERALDO

 

In un opuscolo pubblicato nel 1949 dalla tipografia Jannone di Salerno, l’ingegnere Ruggiero Francese raccontò “Come fu svegliata dal sonno dei secoli la meravigliosa Grotta dello smeraldo”. Insomma, come essa fu scoperta. Attenzione, però. “A non pochi sembra strano – precisò nella 'premessa' – che una simile meraviglia sia rimasta ignorata fino al 4 settembre 1932, in una località relativamente frequentata, a quattro chilometri appena da Amalfi. HoFRANCESE ing. RUGGIERO ripetutamente scritto – aggiunse – che la parola ‘scoperta’ non va intesa nel senso comune, ma in quello di apprezzamento: io non ho scoperto la Grotta, che era nota a centinaia di persone ancora viventi, pescatori, professionisti, artisti…, per i quali essa rappresentava una delle tante cavità naturali di cui è ricca la Costiera Amalfitana, ma il valore scientifico, artistico e turistico di essa, facendolo conoscere con la mia attività di interi anni, con i miei modesti mezzi, tra l’ignoranza, l’invidia, l’ostruzionismo, e le minacce di chi non poteva sentire, per ottusità congenita, il dovere di contribuire a divulgarne la conoscenza”.

Di quella grotta s’era già occupato un  forestiero che, nel libro degli ospiti dell’hotel Luna, in data 12 aprile 1858 aveva lasciato questa descrizione: “Per il bene dei Forestieri viaggiatori amanti delle cose belle, il retro segnato si pregia di far conoscere che nelle vicinanze di Amalfi nel villaggio di Conca da circa un mese fa si è scoperta una specie di Caverna Monstrum che per la di lei qualità e rara bellezza è un vero fenomeno da far rimanere estatico chi è anche avvezzo nel giro del mondo a veder meraviglie, per cui senza esagerazione questo bel fenomeno, solo parto della Natura, può gareggiare vol Vesuvio per essere veramente degno di soddisfare pienamente la curiosità dei più critici intelligenti delle cose belle e vere. Si consiglia in tale gita di servirsi di certo Luigi Miloni come la Guida più pratica e piena di riguardi pei Forestieri”. E’ fin troppo chiaro che a  quel tempo la grotta era già meta di visitatori. Poi, evidentemente, fu dimenticata.

La "ri-scoperta" maturò quasi per caso. Il mattino del 29 agosto 1932 – riferisce l’ingegnere Francese -, m’incontrai in Piazza Duomo coi sigg. Francesco Carrano di Raffaele, appaltatore, Filippo Desiderio, ricevitore di dogana, e Salvatore de Rosa, tutti di Amalfi. S’intrattenevano a chiacchierare presso il magazzino della ditta G. Francese e Figlio.

Il Carrano mi domandò: Ingegniè, spiegatemi ‘na cosa; come se formano ‘e culatori sott’acqua?

-         Che so ‘sti culatori?

-         Chelli cose ca se vedono rint’ ‘e grotte.

-         Ma rint’all’acqua nun se formano.

-        Eppure, me pare che n’aggio visto uno arete ‘o Capo ‘e Conca, rint’  all’acqua.

-       Forse hai visto ‘nu pizzo ‘e scuoglie. E ‘a goccia d’acqua ‘a do’ cade? Sulo rinte ‘e grotte se formano.

-       Ma chillo rint’ ‘a ‘na grotta sta.

-       E ‘o mare non l’avrebbe distrutto, a mano a mano ca se formava?

-        Ma rint’ a chella grotta ‘o mare nun ce vatte.

Insomma, motivo della discussione era l’affermazione che in quella grotta ci fossero delle stalagmiti che emergevano dall’acqua.

Ruggiero Francese non perse tempo, anche se era soprattutto interessato a dimostrare la fondatezza della tesi di un fenomeno bradisismico discendente, sostenuta nella seconda metà dell’ottocento dallo storico locale Matteo Camera. Ne parlò con i fratelli Nicola e Luigi Camera (nipoti di Matteo Camera) e poi con Francesco Mansi che in quella grotta c’era stato proprio il giorno prima, sia pure per soddisfare un bisogno fisiologico. Mansi mise a disposizione il suo fuoribordo per la spedizione, che avvenne il 31 di agosto. Vi parteciparono  l’ingegnere Pasquale Pansa, il medico Gaetano Scoppetta, il citato Filippo Desiderio e alcuni  giovanotti. Tra questi, Francesco Amodio (che nel dopoguerra fu sindaco e deputato al parlamento), Luigi Amatruda (l’indimenticato fabbricante di pregiata carta a mano), Antonio Casanova di Nicola (poi avvocato e amministratore comunale), Mario Mansi (il figlio di Francesco, futuro professore di matematica), Salvatore Proto, lo scultore Patrono e qualche altro. Luigi Amatruda, su richiesta di Francese, portò con sé anche una canna da pesca.

“Ci arrampicammo sugli scogli – continua così il racconto della “scoperta” -, ed entrammo in una buca a qualche metro sul mare, indicataci dal Mansi. Oscurità quasi perfetta, al primo entrare. I compagni di gita, fra i quali giovanotti dai 15 ai 20 anni, incominciarono un chiasso infernale, buttandosi nell’acqua della caverna. Il suolo, dopo l’ingresso, era inclinato e sdrucciolevole, stalagmitico. Il Mansi aveva con sé un piccolo riflettore elettrico, alimentato dall’accumulatore che forniva la scintilla del fuoribordo, e ne diresse il fascio luminoso sull’acqua in cerca di stalagmite. Data la semioscurità, l’acqua sembrava inchiostro, ed i tuffi ed il nuoto ne increspavano la superficie, rendendo invisibile un oggetto immerso in essa. Dopo qualche minuto, scorsi un lieve chiarore proveniente dall’interno della grotta. Non ero in costume da bagno, e non potevo scorgere ciò che si vede oggi dalla banchina in calcestruzzo, che fu costruita su mio progetto, assieme alla scalinata della provinciale, nel 1934, ché in quel posto vi era acqua. Domandai all’Amatruda, che non aveva abbandonata la canna, ed era in acqua, se vedesse cosa sott’acqua come una stalagmite. Mi rispose che un pilastro poggiava nella roccia, poiché nell’immergere la mano sott’acqua toccava una superficie scabra e pungente come roccia”.

La mattina del 4 settembre, il tempo era bellissimo, Ruggiero Francese vi tornò   con Francesco Mansi, l’ingegnere Salvatore Esposito, Raffaele Barra e Giuseppe Di Lieto, muniti di una barchetta di piccole dimensioni e di tre fari a gas. A bordo della minuscola imbarcazione riuscì a entrare nell’antro, insieme col Di Lieto. Alla luce dei fari apparve uno spettacolo straordinario: “avvertii un lieve chiarore sulla mia destra – così descrisse le  emozioni di quel momento-; volsi la testa, e non potetti trattenere un grido di meraviglia: la superficie dell’acqua era trasformata in uno specchio azzurro, scintillante, su cui spiccavano maestosi pilastri che raggiungevano la volta illuminata della Grotta! Mi sembrò un sogno delle Mille e una Notte!”.

Vi si recò ancora il 6, il 7 e l’8 settembre per completarne l’esplorazione.

La notizia, ovviamente, si diffuse. La gente cominciò ad accorrere da tutte le parti e non mancarono  atti di vandalismo. Il 9 settembre Francese scrisse al Prefetto chiedendo provvedimenti atti a tutelare l'integrità di quel meraviglioso antro.

Solo quando la stampa nazionale cominciò a interessarsene, e la rivista del Touring club italiano “Le vie d’Italia” le dedicò un ampio servizio, vennero fuori in tanti  a sostenere che  la conoscevano e la frequentavano da sempre. Cominciò anche la disputa sul nome da darle:  "Grotta verde", "Grotta azzurra", "Grotta di smeraldo", "Cattedrale delle sirene", e così via. Sì, anche "cattedrale": "sembra di vedere - commentò l'ingegnere Francese - le provocanti Sirene a messa, con sant'Ulisse che officia...".

Ruggiero Francese voleva che si chiamasse “Il tempio azzurro sul mare”, a indicare “in modo completo” il meraviglioso fenomeno, “per le colonne, le nicchie, la cupola alta 25 metri, l’azzurro del mare, note musicali ai pilastri, e soprattutto per il mistico silenzio che vi regna”. Con quel titolo le dedicò anche una canzone.

Ma i nomi più ricorrenti furono “Grotta d’Amalfi” e “Grotta dello smeraldo”.

Su progetto dello stesso Francese, nel 1934, furono costruite la scalinata di accesso dalla strada provinciale (ora statale 163) e la banchina di approdo. Fu installata all’ingresso una solida porta in ferro, a protezione dai vandali e dalla furia del mare.

Una quindicina d'anni più tardi, nel 1948, Francese cominciò a porre all'attenzione delle istituzioni - la Grotta era amministrata dall'Azienda di soggiorno e turismo di Amalfi - di dotare questo gioiello della natura di un sistema più rapido per la circolazione dei visitatori, di un ascensore dalla strada provinciale”. Venne realizzato  – se non erro – negli anni sessanta.

La Grotta dello smeraldo, non lo si può negare, ha dato un contributo notevole alle fortune turistiche del territorio amalfitano. Dell'’artefice della sua “ri-scoperta” - intesa, ripeto, come tutela e valorizzazione - si è persa, però, ogni traccia. E questo non è giusto e non ci fa onore. Basterebbe l'apposizione di una targa per mantenerne viva la memoria.

Sigismondo Nastri

postato da: mondosigi alle ore 15:22 | Permalink | commenti
categoria:storia
martedì, 29 luglio 2008

AMALFI, DAL CIUCCIARIELLO AL LIMONCIELLO

 

Fino a cinquant’anni fa il souvenir maggiormente apprezzato dai turisti era il  ciucciariello di ceramica, ora pressoché scomparso. Di tanto in tanto se ne recupera qualcuno alle aste online. Le botteghe di Pasquale Fusco (che tutte le mattine, prima di esporre piatti, anfore e altri oggetti di ceramica, si assicurava che il mare fosse calmo e il capo di Conca sgombro da nubi), in piazza Flavio Gioia, di Alfonso Mostacciuolo (l’indimenticabile Mofone, straordinario affabulatore, amico di Massimo Gorkij e di altri illustri personaggi) e Matteo Di Lieto (che sapeva modellare l’argilla come pochi altri), in piazza del Duomo, ne avevano di varie fogge e dimensioni. C’era pure una versione erotica, rappresentata da due asinelli ripresi nell’atto di accoppiarsi. La apprezzavano, in particolare, le ragazze del centro e del nord Europa, che ad Amalfi venivano in cerca di avventure, oltre che per crogiolarsi al sole della Marina grande, della Marinella  o della Spiaggia del porto o di quella, più riservata, di Santa Croce. Mitiche sirene rimpiante dagli ormai ingrigiti tritoni dell’epoca. Non si trattò solo di fugaci avventure: ne vennero fuori storie durature e matrimoni felici.

Il ciucciariello, dicevo, è del tutto sparito nei negozi di ceramica. “Non è più di moda” mi riferì, nel 1996, Luca Fusco, che pure qualche esemplare, a quel tempo, se lo faceva ancora fabbricare. Oggi che la ceramica è per lo più di serie, e gli artigiani abili, pazienti e creativi si contano sulle dita di una mano, figuriamoci se si riesce a trovarne uno disposto a manipolare la creta per dar vita a un asinello. Il costo, peraltro, sarebbe elevato.

Sono cambiati, intanto, gusti, sensibilità, abitudini. Il souvenir più richiesto è la bottiglia di limoncello. In tutta la Costiera a produrlo sono in tanti. Dappertutto si vedono esposte bottiglie, piccole e grandi, classiche e stravaganti. Con etichette belle, originali, accattivanti o semplicemente banali. Al limoncello ottenuto con l’infusione alcolica delle bucce di sfusato s’è aggiunta la crema di limoncello, liquore denso che ha tra gli ingredienti  anche latte e panna. E' tornato di moda il concerto, digestivo ricco di profumi e aromi, che la tradizione vuole inventato da certe suore di Tramonti.  La legge della domanda e dell’offerta è alla base di ogni principio economico: figuriamoci ad Amalfi, dove vivono gli epigoni di quei mercanti abilissimi che nel Medioevo dominarono, con i loro traffici,  le rotte del Mediterraneo. E così di limoncello sono addobbate quasi tutte le vetrine, a cominciare da quella della  storica pasticceria Pansa, a fianco della monumentale scalinata della cattedrale. Nel cuore della Valle dei Mulini, all’interesse per le cartiere (in particolare, per il Museo della carta, fondato – e donato - da Nicola Milano, e per la cartiera che la moglie e le figlie di Luigi Amatruda hanno restituito all’antico splendore, producendo finissima carta a mano), si aggiunge quello per il laboratorio allestito da Gigino Aceto, a cui è annesso un museo contadino.

Se il limoncello la fa da padrone, come è intuibile, persino nelle salumerie, non passano inosservate le tante spezie che pure vengono offerte. In primis, il peperoncino piccante, fresco di pianta o essiccato: intero, tritato, macinato o misto ad aglio e prezzemolo e perciò  pronto per una spaghettata. Gaetano Afeltra, il famoso giornalista, se lo faceva spedire a Milano per regalarlo a Raffaele Mattioli, grande banchiere. Certo, si avverte la mancanza di Teodoro frutta d’oro, che ha chiuso l’attività ereditata dal nonno, il mitico Poerlo: verdure e ortaggi rigorosamente paesani, e primizie di stagione in bella mostra. In quel minuscolo locale s'è installata una raffinata cioccolateria messa su da Andrea Pansa, nel solco di rinomate tradizioni familiari. Roba da leccarsi i baffi. Per trovare una pittoresca esposizione di peperoncini e di delizie dell'orto, l’unica rimasta, bisogna risalire quella specie di canalone che è la via Pietro Capuano. Una volta c’erano qui delle fruttivendole che adornavano il loro spazio come fosse un salotto: appendendo al muro piénnoli di pomodorini, ghirlande di peperoncini, scètte di cucuzzielli, agli e cipolle, mazzetti di sciurilli, cocozze longhe... , rafanielli e pastenache. AMALFI RossellaMi riferisco a ‘Ngiulinella, Amalia ‘e Carruobbo, ‘A Rossella (foto a destra). Le loro immagini sono riprodotte in giornali di mezzo mondo.

Fa gola ai turisti anche la pasta artigianale, che ha  colore e  sapore particolari. Peccato che non ci siano più ad Amalfi, che un tempo era ricca di molini e ‘ngiegni, laboratori in grado di fabbricarla. Perciò è importata da pastifici dell’hinterland. In questo caso il pastaio non s’è limitato a far vermicelli, linguine, fusilli, rigatoni, scialatielli impastando con la semola spinaci, carote, nero di seppia, ortica, peperoncino, prezzemolo o basilico. Ha dato sfogo a certe sue fantasie realizzando  cazzetti che ripropongono, in miniatura, i disegni osceni di cui sono invasi i muri delle nostre città. A sentir dire, quelli piccanti sono i più appetibili.

© Sigismondo Nastri

postato da: mondosigi alle ore 09:34 | Permalink | commenti (2)
categoria:storia
domenica, 27 luglio 2008

IL GRANDE TENORE E IL CAPPOTTO DEL MARCHESE

Nel 1896, Enrico Caruso (Napoli, 25.2.1873 – 2.8.1921) era appena all’inizio della sua prestigiosa carriera artistica. Il 4 marzo aveva interpretato il Rigoletto al teatro comunale “Giuseppe Verdi” di Salerno, facendosi apprezzare tanto da meritare una scrittura per l’intera stagione lirica. Fu in quel periodo che venneCARUSO ENRICO invitato a Maiori per cantare nella Chiesa collegiata  di santa Maria a Mare in occasione di una festività solenne. Eseguì il Gloria e il Tantum ergo.

“Proprio a Maiori – rileva Nicola Caputo, che ha ricostruito l’avvenimento sulla base di documenti originali  - egli scoprì che la musica sacra era congeniale alla sua sensibilità, soprattutto per la sacralità del suo temperamento. E infatti cantò con tanta estasi e trasporto, con tanta trasparenza e fede in Dio che, alla fine, in quella chiesa ricolma di gente, il suo canto fu coronato da uno strepitoso successo”. Al termine della funzione religiosa, Caruso fu avvicinato da un amico del posto. Gli riferì che sarebbe stata gradita una sua esibizione, quella sera stessa, nella fastosa residenza del marchese Mezzacapo. Aggiunse che l’invito glielo rivolgeva a nome del marchese Zizzi, altro personaggio importante della zona, un vero signore, appassionato di caccia, oltre che di musica. “Oh – esclamò, scherzando, il tenore – che m’avesse pigliato per’ ‘n’auciello e me volesse sparare?”.

“Le serate salernitane e i concerti in chiesa e a Villa Mezzacapo di Maiori – nota Caputo – rappresentano certamente una tappa importante nell’evoluzione artistica del tenore napoletano, il quale, proprio nella ridente cittadina della Costiera amalfitana, prende ancor più consapevolezza, attraverso la musica sacra, della espressività della sua voce: voce piena di vita, di colore, di accenti, drammatica, fascinatrice, irresistibile, sia nell’ampiezza del fraseggio come negli acuti liberi e abbondanti”.

Enrico Caruso era ormai diventato celebre in tutto il mondo quando si vide recapitare questa lettera: “Illustre Signore, siete voi quell’Enrico Caruso che più di vent’anni or sono venne a cantare a Maiori e a cui prestai un soprabito che non mi fu più restituito? Se siete voi lo stesso Caruso d’allora, abbiate la cortesia di rimandarmi il soprabito e, in caso contrario, compiacervi rimettermi il costo di esso. Con tante scuse pel disturbo e con i più distinti saluti, credetemi vostro devotissimo marchese Zizzi”.

Il tenore si arrabbiò moltissimo.. Rispose che, se mai, s’era trattato di un dono e non di un prestito. Risentito, reclamò la corresponsione dell’onorario per quella sua esibizione. Poco dopo, gli arrivò un’altra missiva: “Illustre artista, ho raggiunto il mio scopo. Sapevo benissimo che voi eravate quel desso. Se ho scritto quel che ho scritto, è stato per avere un vostro autografo…”. Seguiva la richiesta di una fotografia. Caruso gliene mandò una bellissima, “artisticamente incorniciata, e assai pregevole”, accompagnata da una borraccia di puro argento cesellato, “degna di tutto e per tutto del famoso cacciatore”.

© Sigismondo Nastri

 

 

postato da: mondosigi alle ore 15:47 | Permalink | commenti
categoria:storia
lunedì, 09 giugno 2008

LE "COLONNE" DI PALAZZO SAN BENEDETTO

dipendenti ComuneA volte per raccontare la storia bastano le immagini. Come quella che pubblico qui, straordinaria e forse unica. Ritrae l'intero "staff" del Comune di Amalfi di mezzo secolo fa. Ad eccezione di Michele Carpino e Renzo Novella, che a quel tempo erano giovanissimi, e che saluto con affetto (ho lavorato  fianco a fianco con loro per alcuni anni), tutti gli altri sono ormai consegnati alla nostra memoria collettiva. Persone che hanno lasciato una traccia indelebile per professionalità, senso del dovere, sensibilità e piena disponibilità nei confronti della cittadinanza.

La foto fu scattata - credo a metà degli anni cinquanta - da Giulio Bianchi, direttore del dazio, in una circostanza particolarmente solenne: la consegna di una medaglia d'oro e di un diploma di benemerenza ad alcuni dipendenti collocati a riposo. Sono quelli seduti in prima fila: Raffaele Gambardella e Tommaso Paolillo, "mitici" medici condotti: la vedova di Adolfo Pansa (impiegato all'ufficio di ragioneria, intanto deceduto); Vincenzo Proto (stato civile).

In piedi, da sinistra: l'assessore comunale Cav. Vincenzo Simeoli; Biagio Fronda (vigile urbano); Michele Carpino (ragioneria); Andrea Pansa, Alfonso Di Salvio (anagrafe); Vincenzo Alfieri (protocollo, segreteria); Antonio Nastri (mio padre, stato civile); il segretario capo Sergio Boeri; il vice segretario Andrea Alfieri; Renzo Novella (ufficio elettorale); Nicola Napoli, Aristide Andro (vigili urbani); Assunta D'Antuono (bidella).

Nell'altra foto, qui a lato, troviamo un ancor giovane sindaco Francesco Amodio, Amodio e altriaffiancato dal segretario Boeri. Defilati, mio padre e, a destra, l'ing. Graziano Carrano, assessore comunale.

© MondoSigi

postato da: mondosigi alle ore 00:27 | Permalink | commenti
categoria:storia
sabato, 07 giugno 2008

                                                         

LA REGATA DELLE ANTICHE REPUBBLICHE MARINARE RACCONTATA DA UN PROTAGONISTA, GIGINO DE STEFANO

 

Caro Sigismondo,

ho letto il tuo "ricordo" sugli albori della Regata e ti ringrazio per avermi citato come uno degli artefici, insieme a te, dell'organizzazione di una tra le più importanti manifestazioni che, ancora oggi, trova credito nel contesto del mondo turistico, storico e culturale.

A giugno del 1997, su quella "prima volta" scrissi un articolo per l'edizione speciale de "Il Foglio Costa d'Amalfi" che mi fa piacere inviarti in copia.

C'è, però, un'omissione. A precedere la Delegazione Amalfitana a Pisa fosti tu, caro Sigismondo, quale factotum del Comitato cittadino, ed il prof. Vincenzo Proto che assolveva le funzioni di Segretario. Noi arrivammo dopo ma, come ben hai accennato, senza Amodio che fu rappresentato, nella carica di primo cittadino di Amalfi e di Magistrato della Regata, dall'assessore Beniamino Amatruda.

Cordialmente,                                                                             Gigino

                                                                                                                 

La Regata delle Antiche Repubbliche Marinare ogni anno, a rotazione, si svolge in una delle quattro città che, nel Medioevo, spinsero i loro traffici per tutto il Mediterraneo ed è sempre un ripetersi di entusiasmo e di ricordi, di storia e di folklore.

Rievoca ed “esalta un passato – ebbe a dire uno dei suoi promotori, l’on. Francesco Amodio – che si confonde con la più luminosa speranza del domani nel nuovo ed operoso clima di pace e di progresso verso il quale si muovono l’Italia e gli altri Paesi del mondo”.

Amalfi, questa volta, ne ospita la XLII edizione e diventa un appuntamento importante dopo che un armo di veri campioni, con due vittorie consecutive, l’ha tirata fuori dalla brutta secca del “fanalino di coda” in cui, suo malgrado, era rimasta costretta per moltissimo tempo (si ricorda qui che l’articolo, come riferito in premessa, fu scritto nel giugno del 1997. Quella di domani, infatti, è la LIII edizione della manifestazione). Un ritorno, perciò, che non nasconde l’attesa, Regata_Pisa2l’entusiasmo, l’impegno, come la prima volta a Pisa – quel lontano 1° luglio 1956 alla presenza del Capo dello Stato Giovanni Gronchi e del Ministro per la Marina Mercantile Gennaro Cassiani – quando il corteo storico, le barche dalle polene dorate, lo slancio dei rematori, incantarono la folla di italiani e stranieri che riempiva le tribune e le vie, i balconi e le terrazze, per tutto il Lungarno.

La prima volta, e gli Amalfitani si erano preparati al “grande evento” provando e riprovando i preziosi costumi realizzati da Roberto Scielzo – un poliedrico e valente artista napoletano che viveva a Positano – e sfilando di notte per prenderne dimestichezza e per meglio rendere i personaggi da interpretare.

La Delegazione – che raccoglieva i figuranti, gli accompagnatori, i tecnici ed i componenti del comitato cittadino – partì in pullman da Piazza Flavio Gioia nel tardo pomeriggio del 29 giugno. I vogatori, invece, stavano già a Pisa da qualche settimana per fare esperienza con la barca a sedile fisso – costruita a Venezia nello Squero della Cooperativa Gondolieri presso la Riva degli Schiavoni – e benedetta, al momento del varo, dal Patriarca di allora Angelo Roncalli che successivamente fu Papa Giovanni XXIII sulla cattedra di Pietro.

Un approccio difficile in quanto si trattava di un “galeone” a otto remi (di tipo sensile con girone alla pescatora e impugnatura libera) fornito di timone, castelletto di poppa e altre strutture decorative che, a vuoto, pesava ben 770 chili. Precedentemente, avevano dovuto allenarsi con i loro “gozzi”, remando alla pescatora, e con l’unica pretesa di temprare i muscoli e di abituarsi alla sincronia delle palate.

Del gruppo amalfitano facevano parte anche Temistocle Cassone e Alfonso Della Monica diventati subito, singolarmente, il braccio destro di Scielzo (d’altronde, nessuno dei due voleva essere quello sinistro) e, quindi, eletti “a vita” custodi ufficiali dei costumi e soprintendenti alla vestizione dei figuranti. Incarico, questo, che anche per il futuro fu sempre assolto con grande passione e con spiccato senso di responsabilità.

CucùTutto il materiale, racchiuso in due enormi bauli, venne affidato al camion “superveloce” di Cucù e alla stretta vigilanza di Quirino D’Amato. E, durante il viaggio, tra i tanti episodi che capitarono ce ne fu uno piuttosto divertente. Successe a Grosseto. Era quasi l’alba. Quirino aveva sorbito un caffè in un bar-motel e, per non lasciare troppo a lungo l’automezzo incustodito, si precipitò a raggiungerlo sfondando la vetrata che aveva scambiato per la porta. Fortunatamente, non si fece neppure una scalfittura ma volle risarcire il danno nonostante che il proprietario dell’esercizio non lo volesse affatto.

La Delegazione amalfitana giunse a Pisa quando il sole era già alto. Trovò ad attenderla i vogatori che, immediatamente, si improvvisarono “guide turistiche” per una corsa a “Piazza dei Miracoli” ed una rapida visita alla Torre, al Duomo e al Battistero.

Tra ricevimenti ufficiali e manifestazioni collaterali, volarono via il pomeriggio di sabato e la mattinata di domenica. Giunto il momento della sfilata, ciascun figurante indossò il suo abito medioevale e si lasciò riprendere, con la migliore disinvoltura, dai fotoreporter e dai cameraman appositamente accreditati per i servizi giornalistici e televisivi in Italia e all’estero. Splendido il Duca, superbi i Giudici e gli Ambasciatori, imponenti i Consoli ed i Cavalieri di San Giovanni, intrepidi gli Alfieri e i Trombettieri, fieri gli Arcieri e i Marinai, e per tutti fotografie e filmati a non finire.

Regata_PisaFinalmente il corteo, tra squilli di tromba e rulli di tamburi, e gli Amalfitani furoreggiarono per i loro costumi – ricchi di sete e broccati, di velluti e stoffe preziose, di dalmatiche e mantelli, di stoloni e omerali trapunti d’oro – che risvegliavano “il fasto splendente della vita repubblicana negli anni difficili intorno al Mille quando, cioè, sul ceppo della tradizione imperiale bizantina, si innestavano gli influssi dell’Oriente arabo e asiatico accanto a quelli del mondo longobardo e normanno”.

Ad Amalfi si erano organizzati per seguire dai televisori, sistemati in Piazza Duomo e nei locali pubblici, la trasmissione in diretta della manifestazione. Al via della Regata, il morale stava alle stelle, però, man mano che i galeoni si avvicinavano al traguardo, andò calando sempre più di tono ed a tal punto da far perdere ogni speranza almeno per un piazzamento onorevole.

Vinse Venezia e alla grande, precedendo Pisa, Genova e Amalfi. La dimostrazione, insomma, che nel canottaggio quello che conta non è l’abilità e la capacità di remare per mestiere o per diletto, bensì la tecnica e l’affiatamento che si acquistano, nei circoli e nei clubs, con una continua pratica sportiva, individuale e di gruppo, ma soprattutto con la partecipazione a competizioni sociali e federali.

Gruppo corteoL’anno successivo, il “testimone” della Regata passò ad Amalfi. Era la seconda edizione e, comunque, la prima che gli Amalfitani andavano a vivere in casa propria. Una ragione in più perché l’impegno della Civica Amministrazione, del Comitato organizzatore, dell’Azienda di soggiorno, dell’Ente provinciale per il turismo, della popolazione, divenisse veramente eccezionale. Palazzo San Benedetto si fece bello, si allungò la Piazza Flavio Gioia, si abbellì il Lungomare, si addobbarono le vie del centro storico, si costruirono le tribune, si potenziarono i servizi di ospitalità e di accoglienza. L’equipaggio, opportunamente rinnovato nei suoi ranghi, fu affidato alle cure di Matteo Testa che lo sottopose ad una preparazione marcata e costante dal punto di  vista sia agonistico che atletico. Ferruccio Giovannini, un grosso “personaggio” del canottaggio pisano e un autentico “patuto” della Regata, non dormiva sogni tranquilli. Cercava, ad ogni costo, una formula capace di far vincere i suoi “aquilotti” e fittava motoscafi e barche a motore per registrare e filmare tempi di percorso e palate delle altre imbarcazioni che poi studiava, nel chiuso della sua camera d’albergo, con lo scopo di impostare e di risolvere la difficile equazione che avrebbe dovuto esprimere il “valore” del ritmo da imprimere alla voga durante l’intero percorso della gara. E arrivò il momento della manifestazione, interamente ripresa dalla televisione con la regia di Franco Morabito. Tra le autorità, il Presidente della Camera Giovanni Leone e molte personalità politiche e militari, civili e ecclesiastiche, della cultura e dell’arte. Tra gli ospiti “mondani”, inoltre, la tabaccaia di Casale Monferrato, Maria Luisa Garoppo, campionessa di "Lascia o Raddoppia".

Il corteo storico partì da Atrani ed ebbe il suo momento clou sulla scalea della Cattedrale, con il sole al tramonto che accendeva di fuoco i mosaici del Morelli sopra il frontone e con la gente assiepata nella piazza che ne seguiva, estasiata, la lenta discesa.

La gara, purtroppo, lasciò nuovamente la bocca amara. I Veneziani, smentendo categoricamenteamalfigaleone i “moduli” di Ferruccio Giovannini, tagliarono vittoriosi il traguardo lasciandosi dietro i Pisani, gli Amalfitani e i Genovesi.

Era il 7 giugno del 1957 e la manifestazione si concluse con uno stupendo spettacolo di fuochi pirotecnici che riempì il cielo di mille colori e diede a tutti l’appuntamento per la prossima edizione che si sarebbe svolta a Venezia.

Sono passati quarantuno anni da quel giorno, quasi mezzo secolo (gli anni trascorsi sono 51, riferiti alla data odierna), e si parla ancora di Regata come allora, più di allora, ed il merito va riconosciuto alla lungimiranza di quanti seppero lavorare perché si realizzasse nonostante la diffidenza espressa da qualche parte.

Il 10 dicembre 1955, nel Salone Morelli di Palazzo San Benedetto, venne rogato l’atto costitutivo dell’Ente per la disputa del Trofeo tra le quattro Repubbliche Marinare Italiane. E la scelta di Amalfi volle essere un riconoscimento al sindaco Francesco Amodio che aveva subito creduto nei “valori” della Regata e si era entusiasticamente adoperato per coinvolgere nell’iniziativa le Municipalità e le Istituzioni che ne dovevano diventare i fautori ed i protagonisti.

© Luigi de Stefano

postato da: mondosigi alle ore 21:16 | Permalink | commenti
categoria:storia